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Archivio di ottobre 2008

28 ottobre 2008

Problematic-elle…

Image – Tadahiro Uesugi

 Le cose che gli altri osservano di noi e che noi nemmeno immaginiamo

quella è la zona cieca, e loro a volte vedono in maniera migliore degli occhi nostri…

Vorrei dare una sbirciatina, sapere cosa vedono e percepiscono di me certi occhi. Non è ego che scrive.  Ma sono io che a volte cerco negli altri quel che non è chiaro in me. Del resto di me so che scappo, salto, sguiscio via, scivolo nella vasca ma mi salvo sempre nell’attimo prima di farmi male sul serio, che bevo solo caffè alla mattina mentre sfoglio un giornale, penso a cosa mettermi e butto le mie cose nella borsa. So che do una rapida occhiata all’orologio, ed è sempre tardi, dannatamente e fottutamente tardi. Indosso scarpe di vernice rossa, ci cammino un po’ per casa, poi le lascio riposare in quella che è la loro casa, una scatola.

Ho scarpe strane, lo so. Il capo quando arriva la mattina, entra nel mio ufficio e dice: “Vediamo che scarpine ha su oggi l’Eleonora!“… e tutti ridono, ma è vero, è proprio così, ed io non posso farci nulla…

Quante scarpe hai?

Tante!

Quante?

Tu quante ne intendi con tante.

Beh dieci sono tante…!

Poi torno a casa, sono in piedi davanti alla mia scarpiera, la fisso basita, perché dieci sono solo le scatole incastrate in uno strano puzzle pericolosamente in bilico fino al soffitto, decisamente sono più di quel tante… Ho un problema con le scarpe, o forse ho problemi con tutto…

Il problema è che sembro troppo giovane, e non dovrei nemmeno meravigliarmi se una schiera di aspiranti corsisti mi informano che hanno indetto il totoetàdeltutor. Il problema è che giovedì ho un treno, venerdì sera un matrimonio, sabato chilosa, domenica devo prendere un altro treno e tornare qui, il tempo fa un po’ come gli pare, e che ho un vestito – dannatamente bello sì - ma decisamente troppo leggero…

Il problema è che tra ieri e oggi ho fatto trenta colloqui insieme alla mia collega, e mi prende male dire di no a qualcuno, perché tutti hanno una forte motivazione, tutti ci sperano, tutti vorrebbero, e il problema forse è che sono troppo buona. Il problema è che penso ogni tanto a certi chiodi e alle mie crepe, e al fatto che  forse ho resistenze nel fidarmi ancora di un uomo… la macchia nera s’annida tutta nella scomoda eredità lasciata dall’ultimo ex, l’azione che fu getta l’ombra della non fiducia su chiunque dimostri interesse per me… paura della codardia di un uomo, paura di dire a me stessa che non ho capito, compreso, nasato, subodorato quell’inconfondibile puzza di bruciato. Ma non è mica giusto che paghi le colpe stupide di uno, chi non ha compiuto alcun grave gesto… e non è mica giusto che non possa fermarmi un attimo, respirare l’odore della pelle, lasciare che un abbraccio sciolga un po’ di quel ghiaccio e colmi lo spazio vuoto nel mio letto, dimenticare per un po’ il sapore inconfondibile dell’ansia mista alla paura…

allora propone un cinema

poi una cena

e rimani un po’ qui con me

qualche frase resta appesa, l’ansia sguazza…i problemi figliano e s’ingrassano…

ed io cerco di sbirciare la mia zona cieca, e quella di chiunque altro…

Problematicamente… elle…

Pensato da Elle at 23:48 | 4 Comments »

22 ottobre 2008

qua-li-tà

Image – Lynive 

Insomma, diciamocelo pure la qualità è importante. Del tipo, se un paio di scarpe non sono di qualità te ne accorgi: non tengono la forma, ti fanno male, si sciupano in fretta… un maglione, se non ha lana di qualità, produce una miriade di palline… se fai un dolce e non cerchi ingredienti di qualità, il cioccolato più buono, le uova più fresche o la farina adatta, beh è davvero difficile che il risultato ottenuto sia davvero soddisfacente… così è sul lavoro.

Da sempre sono una sfegatata sostenitrice della qualità: a tavola, nei rapporti, nelle letture, nelle scarpe, ora anche sul lavoro. Ma nel mio personale vocabolario qualità non va propriamente a braccetto con quantità, quindi tutto quello che per me è di qualità è, come dire, appannaggio di un numero davvero ristretto, e penso…

- ai pochi amici veri

- ai pochi amori

(saltiamo le scarpe perché il dato quantitativo rilevato è scandalosamente alto e ciò significa o che ho miriadi di scarpe di qualità – e qui forse troverebbe giustificazione il rosso vermiglio del mio conto in banca – o che basta che siano scarpe e che mi piacciono per comprarle, tipo surrogato-soddisfazione o come mi ha detto l’altro giorno un mio amico “tu compri tutte quelle scarpe perché devi metterla pure da qualche parte la tua carica sessuale no?) vabbè…

- ai pochi tipi scelti di cioccolata

… a lavoro è già da un po’ di tempo che si parla della qualità, tutti l’aggirano, perché in effetti questa pasteggia a burocrazia e moduli, ma secondo me un suo senso ce l’ha, uno scopo ce l’ha, e se fatta bene, con costanza e con criterio, ti dà degli ottimi spunti per mettere in atto miglioramenti… Ora, a novembre avremo una visita ispettiva, tutti devono essere pronti, e siccome pronti non lo siamo, per oggi era stata fissata una simulazione: e chi ha vinto la magica bambolina?

Tadaaaan: risposta estatta: la sottoscritta…

Quindi, oggi, dopo aver passato  buona parte della mattinata a correre come una matta dietro ad un’aula di venticinque persone impanicate e in preda all’ansia per un test di ammissione, e solo dopo aver zittito lo stomaco con un mega piatto di tagliatelle ai funghi porcini – che, come dice il mio capo (che già organizza fantasmagorici week-end mangerecci in quel di Ascoli) “saranno pure industriali, ma si fan mangiare…” – mi sono seduta alla mia scrivania ed ho aspettato-… poi le domande son fioccate, il sistema qualità scorreva sul monitor del mio pc, il blocknotes aperto e tutti i miei salva-memo-puntielenco, le mie colleghe a presenziare: e posso dire che me la sono cavata e-g-r-e-g-i-a-m-e-n-t-e ed ho fatto il pieno dei complimenti, anche se ho un bel foglio con segnate su tutte le cose che mi mancano per mettermi in linea sulla qualità… ahhh come mi piace il mio lavoro…

Detto questo annunciazione annunciazione (no, non mi sono fidanzata): ho trovato il vestito per il matrimonio della mia amica:

- è di seta (di quella impalpabile)

- è blu (e non nero) e mamma non ci crederà mai…

- è bon ton, al ginocchio, un po’ vedo non vedo (più non vedo che vedo)…

- è costato meno del tubino, su cui ho lasciato gli occhi da Bar Sport, e mi sta bene…

ed ora vediamo di mantenere una temperatura in un range umano che non mi costringa a vestirmi a cipolla portandomi appresso: lo scaldacuore, la giacca, lo spolverino e il cappotto in macchina, che non si sa mai…

Qualitativamente di qualità, ovvio no?… elle…

Pensato da Elle at 23:51 | 9 Comments »

19 ottobre 2008

Quello che basta all’altra gente…

Image – Jacqueline Bisset

…quello che basta all’altra gente non mi darà nemmeno l’ombra della perduta felicità… e se domani, e sottolineo se…

Mi chiama ego. Poi mi guarda, mi fissa, sorride un attimo, abbassa gli occhi e dice: “Sai, non riesco a inquadrarti“. Allora io, su questa torta dal sapore strano e incerto, verso una glassa di dubbi-se-ma-però-forse. Non ci sono date di scadenza da nessuna parte su di me, mi sono guardata bene, no, non ne ho. Adesso, dopo tutto questo tempo, so di avere solo paura di non capire, avvertire, interpretare le intenzioni di chi mi si avvicina, di chi decide che vuol passare un po’ di tempo con me

per una cena

per un film

per una chiacchiera, o per chissachecosa…

poi all’improvviso si fa notte, diventa tardi, tardissimo, i profumi si mischiano, i fantasmi escono dall’armadio, la cicatrice della fiducia perduta s’apre e torna a sanguinare…Ho fretta di sapere, di capire, di scoprire le regole del gioco, di anticipare le mosse, fretta e basta…

…e le voci urlano: lascia che tutto scorra, lascia che ciò che deve essere detto fluisca fuori, non tenere nulla dentro, fuori tutte le parole, no quelle no, quelle è meglio che le tieni per te… quel che non esce s’aggruma creando un malloppo che si annida alla base del collo, lì dentro la gola, e nel mentre di un abbraccio, quando con lo sguardo non mi vede, agli angoli degli occhi c’è qualcosa d’umido, che condensa quei pensieri, quel che non riesco a dire: la paura, l’incertezza, e la mia figura apparentemente tosta, dura, granitica, si scioglie, si frantuma, e di me resta solo una pozza in terra, come le pozzanghere giù in mezzo alla via di casa mia…

Dicono che nel gioco delle parti non si possa-debba essere così cristallini, perché essere troppo sinceri spesso fa paura e allontana. Vorrei oppormi e dire che sono le persone vere quelle meglio di tutti. Cazzo.

Poi mi fissa – e forse gli faccio anche un po’ paura, perché io sono quella che pensa troppo -  nel carezzare i miei capelli mi dice che sono bella, gli piacciono i miei occhi e il mio sorriso, poi guarda in alto al soffitto e fa:  Sorridi sempre tu, ma da dove sei scesa eh? Da dove?

E che ne so io! So solo che quello che basta all’altra gente a me non basta più. E non è mai bastato. Voglio la mia perduta felicità, ne sono decisamente avida. Perché dopo quel che è stato, dopo il dolore, dopo il rancore, dopo la mancanza e la presenza del vuoto, allontano la sofferenza, ma questa resta, va e viene, fa un po’ come le pare, perché parte della mia vita, e se siamo quel che siamo stati, beh allora in questa stanza ci siamo io, lui e tutte le mie domande e paure del caso.

Lo so che la mia sofferenza non è più speciale, più dolorosa, o più particolare di altre,  ma è soltanto la mia,  fatta di tagli profondi con strascichi di graffi neri, di sangue rappreso, che testimoniano che se c’è qualcosa di leggero, beh non sono proprio io. 

42 chili dice la bilancia, ma guarda bene quel led, quelli non sono chili, e nemmeno quintali, sono delle fottute tonnellate. Tonnellate di quell’ego che non si riesce ad inquadrare e forse neanche a domare. Sì, sono pesante, proprio come quelle vecchie coltri di lana nelle case dei nonni, sono pesante perché tutto quello che mi arriva addosso spesso mi resta così attaccato, che poco ne scivola in terra, perché io mi porto tutto appresso…

le voci nella testa,  le cicatrici sulla pelle, i vuoti, i morsi e i buchi…

i baci lunghi e quelli brevi, le notti insonni e le mattine a letto, i profumi della pelle, gli abbracci, fare l’amore, poi farmi spazio e dormire nell’incavo della spalla…

quel che è stato e quel che non è stato, qualche rimorso e troppi rimpianti…

qualche treno preso e troppi persi, le mie tasche che grondano di chiodi e nomi e i miei muri con ancora troppe crepe
… tutte cose che da fuori non si possono vedere.

…abbracciami pure, io ho paura e forse sono un inganno…

Indomabilmente… elle…

Pensato da Elle at 23:43 | 5 Comments »

13 ottobre 2008

…correntemese…

Image – Sarah Gibbs

Mannaggiallamiseria

quel maledetto progetto di fondimpresa mi ha totalmente fagocitata, ho gli incubi, mi sembra di vedere quel maledetto simbolino verde da tutte le parti, tatuato sulle persone, agli angoli delle strade, sulla busta del latte…

il 31 ho un matrimonio e sono tecnicamente/praticamete/letteralmente nuda: ho solo quintali di scarpe, quintali di borse, tonnellate di accessori, ma non ho un vestito, si vabbè è una cazzata, diciamo la verità ne vorrei uno nuovo. Oggi ne ho visto uno, e dopo che la commessa aveva puntato la bellezza di mille spilli, facendomi somigliare più ad una bambola voodoo che ad un’invitata della cerimonia, mi sono detta mentre ero immobile come uno stoccafisso: “Oh.. questo sì che è un abito!!!” Era un tubino grigio antracite dal taglio sartoriale, fine, elegante, proprio come piace a me, mi strizzava al punto giusto la vita,  leggermente sopra al ginocchio, con una bella scarpa con il tacco… insomma era il mio… ma era caro da morire, poi ho pensato che oltre al prezzo scritto a penna sull’infame cartellino avrei dovuto aggiungerci:

- il costo della sarta – sì che mi sarebbe stato da Dio, ma solo dopo una seduta da una tagliuzzatrice accorta, capace e di professione, e si sa che qua i lavori manuali li fanno pagare più di quelli intellettuali – così a forza e con il picco, l’ho ridato alla commessa più spocchiosa con cui ho mai avuto a che fare… alla fine forse ho ripiegato su un altro e mi sto autoconvincendo che è davvero simile al primo, adesso ho un bigliettino con il numero del negozio, e uno pseudo appuntamento per mercoledì sera per provarne altri…

- il costo di un paio di scarpe nuove, lucide, nere, bellissime… erano lì sole solette, m’hanno strizzato l’occhio come facevo a non prenderle eh?

ah tralasciavo un dettaglio: il tavolo al matrimonio… sarò con il mio primo ex (quello che non ho nessun problema a sentire, e con cui c’è un vero rapporto d’amicizia), che è poi stato anche il terzo ex – ma tralasciamo di rivangare il passato – e che verrà con la sua nuova fiamma, tutta entusiasta di conoscermi, in cuor mio spero che non sia una situazione esilarante come quella che, in quattro matrimoni e un funerale, vede il povero hugh al tavolo con tutte le sue ex, immerso nell’imbarazzo e in tonnellate di gaffe a non finire…

per il resto in questo corrente mese è davvero tutto un casino:

- devo organizzare la selezione per il corso di php, e contattare una marea di aspiranti corsisti…

- somministrare un test di ingresso, avviare un corso diurno – che dura talmente tanto che me lo porterò quasi fino a primavera – e portarmi un termos con mille filtri di camomilla

- nel frattempo mi chiedo se non mi staran facendo fare troppe cose

- mi sa che mi sto incasinando la vita…

Coraggiosamente elle…

Pensato da Elle at 21:03 | 16 Comments »

7 ottobre 2008

elle un esserenonstanco…

Image – Luisa Montalto

Tecnicamente sono quel che nel mio codice chiamo un ENS: ovvero un esserenonstanco, appunto.

Diciamocelo pure, sì è vero, la sera torno stanca, con la testa che pesa e un’espressione vagamente fatta. Ma sono un ENS a tutti gli effetti, cioè mi spiego: fisicamente son stanca, ma mentalmente sono a mille anche alle 21 quando mi chiudo la porta dietro le spalle, dopo il serale, dopo aver continuato a lavorare, a leggiucchiare documenti, a portare avanti un progetto che ieri doveva essere una cosa e domani deve esserne un’altra, con altre forme, con altre sembianze e con altre cose scritte dentro.

E sono lì nel mio ufficio, alla mia scrivania, alle mie spalle la bacheca che gronda di infiniti fogli, dove tracce d’evidenziatore mi ricordano scadenze, incontri, persone a cui telefonare…e nonostante abbia mille cose da fare, e nonostante mi spalmino su più attività possibili – che vogliano testare quanto ci metto a tirare le cuoia? - mi sento: contenta, felice, orgogliosa dell’olio di gomito, della costanza e dell’impegno che ci sto mettendo per imparare. Qualcuno mi dice che è solo l’enfasi del momento e che prima o poi perderò quel sorriso cucito sulla faccia e che mi stancherò di lavorare e bla-bla-bla, ma forse non tutti sanno che quando mi metto in testa una cosa e quella cosa mi piace posso farla fino allo sfinimento, un po’ come quando da piccola giocavo sempre e solo a bubble bobble e mi facevo imboccare da pulce solo ed esclusivamente con toast – rigorosamente mulino bianco - con doppia sottiletta – ovviamente kraft – e dire che l’ho fatto per anni…

Per me è come entrare in una dimensione, trovarmi un posto, è dare un senso al percorso fatto fino ad ora, è chiudere un cerchio, è scrivere un bel pensiero, mettere un punto, rileggere e sentire che fila, perché nella mia vita davvero strampalata almeno qualcosa trova un ordine, ma senza una fine, è una sfida continua, un po’ come la palla dello squash che nella parete trova un continuo rimando… e per me – forse adesso più che mai – è importante trovare un posto, legarmici a doppio filo, sentirlo mio, e viverlo. L’ho aspettato, senza aspettarmelo, ed è stato questo a farne la cosa più bella.

Non ho ansia, anche se il cuore non ne vuol sapere di trovarsi un posto, perché fugge da chiunque gli si faccia vicino, vicino, e trova scuse, diventa incostante, strano e inquieto fissa giornalmente col pensiero certi chiodipensieri che se ne restano là appesi in modo beffardo,

respiro piano piano…

come a trattenere…

per non lasciare andare quel che vivo…

anche se più di tutto vorrei vivere  quel qualcosa in più che fa la differenza…

domandandomi perché io ci pensi ancora, almeno una volta al giorno…

io che non sono capace di chiedere o peggio di rubare…io che sono forte, ma solo poche volte…

io che sono capace di essere solamente come sono…

eccessiva, egocentrica, come una superficie da grattare per essere capita, perennemente maldestra e appesa ai  fili e agli stralci dei miei pensieri, a bere miscele di sentimenti non del tutto vissuti, perché in parte solo annusati… e senza cercare quel che si vorrebbe trovare…

non semplicemente, elle…

Pensato da Elle at 22:00 | 6 Comments »

5 ottobre 2008

…fuori dalla cornice, dall’altra parte di una vetrata immensa e invisibile…

Image – Jacqueline Bisset

Listening to – Strange – Grace Jones

“Da quando sono nata, mi sono sempre sentita al di fuori,

dovunque fossi, fuori dall’immagine, dalla conversazione, sfasata,

come se fossi la sola a sentire rumori o parole che gli altri non percepiscono,

e sorda alle parole che invece sembrano sentire,

come se fossi fuori dalla cornice, dall’altra parte di una vetrata immensa e invisibile”*

Ripensavo alla veridicità di questa frase mentre gli stivali scamosciati gialli guadagnavano lenti i metri. Una vetrina ha rimandato velocemente indietro la mia immagine, come farebbe un tennista con la palla al suo avversario, e nel vedermi riflessa ho visto quella donna piccola piccola, vestita in un modo un po’ troppo bizzarro, per essere primo pomeriggio. Ma oggi mi sono svegliata così, e quando mi sveglio così, devo assecondarmi, avevo voglia di quel vestito a fondo nero con i fiorellini rosa e gialli piccoli piccoli, dei miei stivali, della mia giacca da corsaro con i bottoncini con il teschietto d’oro. Ho visto altre cose riflesse, tante forse troppe, ma ho preferito chiudere un occhio, spegnere per un attimo i pensieri e raggiungere chi mi aspettava.

A metà del pomeriggio sono rimasta sola – fuori da quella cornice - le mie amiche andavano a cena a Barberino, hanno insistito perché andassi, ma ero strana, forse sono come una spugna, e come tale, ho assorbito tutta la stranezza di questo momento della mia vita. Ci sono giorni in cui ho bisogno di stare con me, di fare da sola le mie cose cadenzando io il tempo, ed oggi era uno di questi. Così ho girato per Bologna… Maison du Monde è sempre un posto così curioso, da Feltrinelli mi posso anche accucciare in un angolo a leggere la prima pagina di un libro che ha attirato la mia attenzione, così se scatta l’amore lo compro, se no lo rimetto dove l’ho trovato…

Avrei potuto chiamare qualcuno, ma stavo bene così…

Anche se sfasata, con poche ore di sonno, con una nottata burrascosa alle spalle, animata da sogni strani, con il caldo e poi con il freddo, con la sveglia che come al solito è suonata quando non doveva, con i pensieri soliti che vanno e vengono, e con un imperativo che volava sopra la mia testa – quasi al soffitto, lì vicino alle luci a forma di stella – e che gridava che ogni tanto bisognerebbe vivere a briglia sciolta e non con il morso perennemente tirato… mi sono chiesta se alla fine ne sono capace… ed il fatto che io non abbia fatto spallucce, in segno di menefreghismo, la dice lunga…

Mi espongo. Io mostro il fianco e tutte le mie debolezze, rigidamente composte e ordinate al mio interno, ma vivo tutto questo come dimostrazione di forza, perché facile è nascondersi, difficile è scoprirsi, dire, fare, toccare e soprattutto vivere… Allora esco allo scoperto, ma a tratti come fa il sole, che non ho recuperato ancora tutta quella forza necessaria per affrontare ogni cosa, perché ancora non mi fido, e nel non fidarmi alzo le mie barriere e faccio finta che… è a quel punto che mi fa comodo vivere fuori dalla cornice in cui vivono, parlano, mangiano, si amano e si odiano gli altri, passo dall’altra parte quella di una vetrata immensa e invisibile, dove sono la sola a sentire rumori e parole che gli altri non sentono…

*da Gli effetti secondari dei sogni – Delphine De Vigan 

Bizzarramente sempre un po’ di più… elle…

Pensato da Elle at 00:54 | 4 Comments »

2 ottobre 2008

… facciamo finta che?

Image – Tadahiro Uesugi

Pericolosa. Sono Potenzialmente pericolosa. L’oggetto di questa pericolosità sono io, e davvero ormai non ci faccio più nemmeno caso, tanto ci sono abituata. Del resto convivo con questa consapevolezza da sempre. Ma facciamo finta che per una volta tutto fili liscio come l’olio no? E che certi pensieri non stiano lì, fermi e stantii, a prendere polvere, nel mentre restano lì tutti appicciccati ed ancorati, manco fossero cozze, appesi ad un chiodo che li lascia appesi a mezz’aria… Il fatto è che certe cose non cambiano, ed è difficile che riescano a prendere altre forme e a trasformarsi semplicemente in altro.

Ma per quanto si può continuare a fare finta che?

Facciamo finta, ad esempio, che è vero che non voglio nessuno al mio fianco perché sto bene così. Dio che stronzata, ma chi ci crede! Certo me e me stessa stanno davvero bene insieme, si divertono pure, ma ho sempre pensato che io+unaltro, quello sì che è il mix perfetto, che ne so come la panna sul gelato, la nutella sul pane fresco, il profumo che più ti piace sul maglione preferito, il paio di scarpe che hai sempre desiderato che ti fa ciao ciao dalla scarpiera che non ne può più, perché gonfia come un otre. Ed io sono bravissima a fare finta che…quasi imbattibile direi, quasi quanto nell’accoppiare il colore dei braccialetti la mattina, anche se strafatta di sonno… così, mentre mi ripeto il “facciamo finta che” della mia giornata, mi butto sui miei impegni, sprofondo tra le pile di cose da fare, litigo con i registri dei corsi, e con strane e arzigogolate tabelle di excel che dovrebbero salvarmi e semplificarmi la vita e invece mi gettano nello scompenso più totale e mi rendono cieca più di quel che sono…

Intransigente, rigida, testona del piffero, del resto sono il peggior giudice che ci possa essere per me stessa. Ed il fatto non è che me la tiro o che mi senta migliore-speciale-particolare più di altre, ma:

- penso decisamente troppo

- faccio casino nella mia vita, e poi devo spendere tempo a tappare i buchi

- non ottengo mai quel che voglio per davvero, e se la ottengo alla fine c’è sempre qualcun’altro che si mangia la torta al posto mio, sventolandomi davanti al naso la conquista

- continuo a pensare a quel che volevo veramente, e a studiare un modo per non pensarci davvero più

Faccio quindi finta che:

- dormire da sola è una gran bazza – come dicono qui – così ho tutto il letto/piumone/cuscino per me…

- non sono matta, e che è soltanto il periodo ad essere fottutamente bastardo…

- non è assolutissimamente vero che il mio pensiero, almeno una volta al giorno, si concentra su quel chiodo che creò la crepa nel muro: chiedendomi che fa, come sta, se è felice, se gli capita mai di pensare a questa scriteriata, e tengo a precisare che non è il mio ex…

- non è vero che ho appena guardato l’orologio, che è l’una passata e che domani diomio il progetto Fondimpresa m’aspetta in ufficio a braccia aperte…

Fintamente maddeché… elle…

Pensato da Elle at 00:25 | 8 Comments »