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Archivio di aprile 2008

24 aprile 2008

Better in time

Image – Arthur De Pins

Listening to – Better in time – Leona Lewis 

“Quale forza ti nega di sapere quello che stai vedendo?

Una gran forza deve essere quella che può confondere

sensi altrimenti precisi, notizie altrimenti evidenti.

Una gran forza ci procura al momento giusto la miopia per vivere”.

Erri De Luca – Non ora, non qui

Adoro quando questa casa è silente. Perché io stessa lo sono, e a volte adoro il silenzio, sì quello che ronza assordendo le orecchie. La musica allora s’impadronisce delle pareti, e una tazza di tè fuma. Il silenzio è solamente interrotto da qualche sparuta telefonata.

Non vado più a Parigi, per un motivo o per un altro, tutto è saltato. Ma tanto ormai salta tutto nella mia vita.

E per tenere questo ritmo prima o poi lo farò anche io.

Ci sono momenti, come questo ad esempio, in cui la stranezza mi invade, ed io avrei voglia solo di non farmi trovare da nessuno. Il telefono così rimarrebbe muto, il campanello afono, ed io non risponderei né al mio nome, né a quello di nessun’altra. E forse sto impazzendo.

È la mia pelle quella che vorresti toccare, o il viso, o forse il cuore… ma non lo so se e quando sarò pronta…

e non so se questa è soltanto paura, o solo voglia di star con me… i passi sono incerti, le strade strane, e troppo diverse da quelle percorse fino ad ora…

Mi dicono brava, mi dico brava.

Mi dici interessante. Rispondo: strana, sono strana io, non interessante!!!

L’ho visto, il mio ex, sabato sera, indossava una maglia bianca, il casco in testa, e stava sotto a un portico, con l’espressione solita fredda di quando pensa ai fatti suoi. Faceva una cosa che un tempo faceva per me: aspettare sotto casa seduto sullo scooter.

Reazioni?

Mah. Un pugno di calore per un attimo al petto, poi fastidio, poi ancora quel fotogramma è scivolato via, guardavo la strada che la macchina mangiava davanti a sé, poi mi sono persa nella giungla dei parcheggi. La sua immagine è venuta a galla mentre ero fuori a cena, ma poi lui, il suo maglione bianco, il suo sguardo, le sue vecchie parole per me, e la sua nuova tipa, sono tutti caduti in terra spezzandosi, come è successo alla bottiglia di vino rosso scivolata di mano al cameriere. Una risata, un brindisi. A me. Ai miei progetti, che potrebbero portarmi lontano da qui, stavolta per davvero.

Per un attimo sono stata poltiglia, insieme a lui, e a quel che ero e che non so se sarò mai più. E tremo.

Non c’è tristezza, né malinconia scura in queste mie parole. Non vi preoccupate loro scivolano, se ne vanno prima o poi. Ed io torno a sorridere.

E tu vorresti avvicinarti, ma io non so se le mie ferite sono guarite. Mi parli al telefono, mi fai ridere.

Ma io non so quale sia la quantità di paura che riempie adesso le mie vene. Non so per quanto ancora tremeranno le mie gambe. Non so nemmeno se e come mi accorgerò di stare bene.

Non sono fredda, ma a volte vorrei esserlo. Ecco, vorrei nascondermi.

Ma camminare con le braccia tese in avanti non ha senso. Non è mosca cieca la mia vita. Non è nemmeno di chi ne è uscito troppo velocemente, non è nemmeno della paura che tutto questo mi ha lasciato, non è nemmeno di qualcosa che mi vorrebbe fermare. Non conosce né sosta, né ristoro il moto ondoso dei miei pensieri.

Sì, dovrei chiudere gli occhi e per una volta spegnere il cervello, vivere e basta.

Poltigliosamente incasinata (toh una cosa nuova) elle…

Pensato da Elle at 22:21 | 10 Comments »

19 aprile 2008

Tempi: passato-presente-futuro

“Ovviamente, sono le tue orme le sole cose che formano il sentiero…

Ovviamente, non esiste sentiero, il sentiero viene fuori mentre vai”

Antonio Machado

C’è qualcosa che a volte torna, prepotente e violento, che ti resta vischiosamente un po’ incollato, ed ha una forza così soffocante, da torglierti il respiro.

C’è chi di tutto questo non riesce proprio a farne a meno, mai. Perché vive per e di quel che è stato, sa come riportarlo in vita, e anche se a brandelli poco importa.

C’è chi pensa che quel che è stato è appunto passato, andato, perso, e che resta lì indietro in mezzo alle altre cose, e per cui non vale la pena arrancare.

C’è chi vorrebbe vivere l’oggi – il presente – ma è troppo schiavo di quel che è stato, perché la memoria prepotente lega a sé, sia i deboli che i forti di cuore, e il resto conta poco.

C’è chi si ferma, guarda avanti, voltando le spalle a quel che fu – tanto ma tanto tempo fa – cammina dritto senza mai voltarsi.

C’è chi, come me, mescola tutto in un’amalgama strana, dal sapore insolito, che sa di dolce e di salato, d’aspro e d’amaro, di limone e poi di miele. Chi rivolta al contrario la sua pelle che da rosa diventa rossa, con vene e sangue vero a colorarla. Potrebbe essere chiamata forza di voler essere, diventare, fare… c’è chi la chiama semplicemente volontà, di voler ricordare il suo passato, vivendo il proprio presente, proiettando la proprima sagoma verso il futuro.

Mescolo il mio passato, presente e il mio futuro, alla luce di nuovi fatti, che sconvolgono l’apatia e l’indolenza di mesi ormai andati. Come un turbine o una tempesta entra questo vento da una delle finestre della mia vita, volano fogli, sposta i miei capelli, tutto cambia posto, non ci sono priorità, non ci sono gerarchie, nemmeno dicotomie, solo qualche dubbio, lievi incertezze, deboli insicurezze.

Scelte. Nuove. Accattivanti. Come treni da prendere al volo, da non perdere, mai.

Tutto questo…

c’è chi l’aspetta statico, inerme, quasi immobile, mentre lascia prender polvere ai propri ingranaggi…

c’è chi non l’aspetta e affannato annaspa correndogli dietro…

c’è chi, serafico, non sente peso alcuno dicendo che quel è passato ormai è andato, quel che è presente va vissuto, e quel che è futuro è sempre muto per tutti.

Allora basta solo riempire d’aria i propri polmoni e buttarsi, ovunque si deciderà d’andare…

Decisamente criptica… elle…  

Pensato da Elle at 18:46 | 7 Comments »

15 aprile 2008

Yoga time…



Image – Luisa Montalto 

È stato peggio di un negriero. Del resto come fa se no ad andare a spasso con una bmw tanto lunga da non finire mai e mezzo chilo di rolex al polso?

È stata una lotta senza fine, quasi uno scontro tra titani, o tra davide e golia, se volete: io che non mollavo, lui che tirava sul prezzo, micragnoso di merda! Tira di qua, tira di là.

Il cosmoprof quest’anno è stato allucinante, e noi allo stand si è venduto tutto.

Ma lui ha investito in immagine:

e i tangheri, e il duo argento, e le drag queen, e la vocalist del pasha, e il deejay (che aveva più le sembianze di un commercialista: panzetta, maglioncino bene con scollo a v, camicetta a righine e pantaloni con la riga) e le “modelle” battone… sì ma loro fanno immagine, sapessi

e noi schiave in mezzo a quei montarozzi di gatti morti – anche dette extension – a trattare con:

napoletani, ovvero gli unici che ti chiedono di provare ad accendere il macchinario per vedere se funziona, chissapoiperché…

giapponesi, che si stupiscono perché stai allo stand se non parli giapponese…

parrucchieri di tutte le razze: gli isterici, i narcisisti, i fan del tupé, quelli della tinta a tutti i costi, quelli del sopracciglio spinzettato mancofossiunadonna, e quelli che ti chiamano con un fischio, manco belassimo…

e noi schiave a far soldi netti, esentasse, tutto in nero come se fosse pece, o inchiostro, quello che ovviamente ha macchiato pochi scontrini. E lui a far buste piene di soldi, e a star dietro al suo sistema di telecamere, perché fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio… sapete cosa c’è? Che il mondo è di persone come questa, un sorriso, una stretta di mano, poi ti giri e t’arriva il calcio nel culo (e perdonate il francesismo)…

Ma poi la frittata per una volta si gira, lui fa il micragnoso, lui fa il pulciaro, ed io a quelli che mi stavano simpatici gli regalavo pure lo shampoo tiè…

In compenso in un altro stand ho comprato delle mollettine davvero fèsciòn, che fanno tanto tarina tarantino…

il phon nuovo, professional, color lillà, la piastra per lisciare la chioma e in regalo il numero del tipo che ci ha servito, che voleva barattare lo sconto del trenta per cento con il mio, vabbè

Poi arriva lei, un’elegante signora di Digione, che mi fa un ordine, son tanti soldi, e parliamo della fiera, mentre lei sceglie i prodotti, io riempio il foglio di numeri e quantità, poi mi guarda e in francese mi dice:

Perché non mi vieni a dare una mano alla grande fiera di Parigi… ti piacerebbe? Farò di tutto per farti venir su!

eh…

Dicotomicamente (forse quasi in partenza) elle…

Pensato da Elle at 23:19 | 4 Comments »

13 aprile 2008

Loro & Noi…Cosmoprof 2008


Image – Carrie Williams

Loro stanno sul palco! Noi in mezzo alla calca.

Loro hanno il truccatore, ah scusate make up artist! Noi ci trucchiamo a casa, da sole, assonnate, mettendo chili di correttore sotto alle occhiaie.

Loro hanno il parrucchiere, ah scusate hair stylist. (Definizione di air stylist: da lontano è una donna, poi t’avvicini e ha i puntini neri della barba, le basette – anche se cerca di coprirle con le extension – il vocione, e un’ingente quantità di fondotinta – color terra di siena – spalmato con la cazzuola sul viso).

Loro hanno le mises (definizione di mises: vestitini da battone, microgonne giropassera, top scollati) per fare immagine.

Noi, nu jeans e na majietta. Poi, insomma, fanno immagine… ehm immagine: i ragazzi si fanno le foto con loro, fanno sette chiacchiere e poi se ne vanno.

Loro fanno pausa pranzo, pausa caffè, pausa me la gratto un po’ perché so modella, pausa perché adesso mi fanno male i piedi, pausa perché mi annoio, pausa perché mi devo andare a comprare il bijoux, il cerchietto, la ceretta… Noi, nessun barlume di pausa.

Loro mangiano alle 13 nello stanzino delle modelle, bivaccano, ridono, fumano. Noi mangiamo tra le 15 e le 16, mentre serviamo il cliente, sputandogli addosso un esercito di mollichine del panino, rischiando di strozzarci tra una spiegazione ed un’altra.

Loro stanno in alto non hanno contatto fisico con il popolo. A noi il popolo ci tira i capelli, chiedendo se abbiamo anche noi le extension, (mapercarità), ci trattano male e con aria di sufficienza, come se a far miliardi fossimo noi.

Loro so bruttarelle a dire la verità (non ho mai visto modelle così cencie, scrause, o come diamine volete chiamarle). Noi siamo più carucce. Alcuni le guardano, ci guardano e poi ci fanno: “Oh,ma siete meglio voi, perché non salite su?” … mapercarità, io carne da macello giammai!

Loro se la tirano. Loro ci hanno scambiato per parruchiere, loro ci guardano dall’alto in basso (e non solo quando stanno sul palco). Se loro prendono più di noi, da un altr’anno il cosmoprof avarà un espositore di hair extension in meno, e non me ne frega nulla se è uno dei più grandi di tutta la fiera.

Ah, mi chiamano la sindacalista del gruppo.

Cosmoproffamente distrutta… elle… 

Pensato da Elle at 21:15 | 9 Comments »

8 aprile 2008

Cose così – Vol. 1 – L’Acqua Santa…



Image – Yuko 

Cielo plumbeo e secchi d’acqua dal cielo, aria fredda e rondini silenti. Poco male. Tanto la mattinata oggi si fa in casa: bisogna preparare un lavoro da presentare in aula, la casa va pulita, i panni vanno presi di forza dalla lavatrice e appesi sullo stendino.

E quando la casa è vuota, una donna può sorseggiare il suo primo caffè in piedi e sfogliare qualche rivista in santa pace… può girare vestita come vuole e soprattutto può dedicare almeno un’oretta alla cura della propria pelle. Perché il segreto di una bella pelle non sta solo nel bere litrate di acqua al giorno, ma comprare delle creme e spalmarsele sulla faccia, quando si ha tempo e soprattutto quando l’animo è ben disposto. Allora, mi stringo i capelli in una coda alta, calzo la fascia gialla, che fa tanto anni’60, e inizio a stendere la mia maschera Tournaround 15-minute facial, nello stereo, di sopra, a volume scandaloso i Guns cantano Knockin’ on Heaven’s Door ed io, ovviamente, con loro e con tutto il mio inglese strampalatamente maccheronico… 

E sono lì pacifica e serafica che aspetto i fatidici 15 minuti, e che il ritrovato faccia il suo dovere, quando…come nel migliore dei miei copioni…

Campanello

E: Chi è?

X: Mo sarei il parroco, per le benedizioni pasquali, se vuole eh? 

(in sei secondi netti ho pensato:

dio mio, ma la pasqua non è già passata?!?

oddio mio, mi sono immaginata tutto e che la pasqua era già passata!

O gesù, ma io sto-diventando-matta, se mi immagino ’ste cose!!!!)

Per fortuna il calendario dello studio è già girato sul mese di Aprile, e non ci sta nessuna scritta: “Partenza per Pasqua”… indi per cui, pfui, non sono matta, Pasqua è già passata, e con lei uova, coniglietti di cioccolato e via discorrendo. Apro il portone.

Ma ho la tournaround tutta spiaccicata e impiastricciata sulla faccia, che mi dona ovviamente un colorito alla Beetljiuce, e riflessa nello specchio faccio spavento e schifo. Ma tanto penso che sono al secondo piano, mica arriverà subito qui! (le ultime parole famose)… cazzo sento i passi. corro in bagno, mi sciacquo veloce i dannatissimi quaranta euro di maschera che non ha fatto i suoi 15-minuti, suona, in un attimo sono alla porta. Paonazza, con il fiatone, e con lo stereo a palla nella stanza di sopra che sembra impossessato, magari il prete è anche un esorcista, no?

E: Buongiorno… (giustificazione n°1) ehm mi sa che hanno staccato il cartello dell’avviso che sarebbe venuto…oggi (sono furente, abito in un palazzo di matti che si divertono così)

P: Eh non son potuto passare prima della Santissima Pasqua, sa, ho avuto l’influenza! Se vuole le benedico la casa!eh?

(in sei secondi netti ho pensato:

visto che la sola acqua che entra in questa casa è la Guizza da bere, e quella piovana dal tetto – aggiungendo poi gli ultimi fatti sfortunelli che mi hanno accompagnato da agosto fino ad oggi – non farà poi male l’aggiunta di un po’ di acqua santa no?… sì lo so, non sta bene pensare all’acqua santa solo come ad un ritrovato miracoloso, che risolve così tutti i mali, ma fattostà, mi sentivo di spirito e gli ho aperto la porta per farlo entrare…)

E: (giustificazione n°2) ehm è una casa di studenti sa…

(non ho riposto l’asse ieri sera quando ho finito di stirare, perché questa sera mi tocca ancora, mio cugino usa l’attaccapanni dell’ingresso come se fosse la sua cabina armadio, ci sono migliaia di libri (precisazione: le pile confusionarie e disordinate appartengono al bisonte, quelli disposti in ordine di altezza e sempre lindi e pinti di chi saranno mai??!!)

P: Padre Nostro che sei nei cieli… 

Insomma sorridente e pacifico ci augura: salute, felicità, serenità, e auguri per i nostri studi…

Mi infonde tranquillità, (faccio il mea culpa interno, non entro in una chiesa da Pasqua, mi sento una belvetta), mi stringe la mano ed io cosa diamine dico…!?!

E: Buongiorno, grazie e… ci vediamo a messa! (!?!)

A-I-U-T-A-T-E-M-I/C-U-R-A-T-E-M-I

Sfasatamente… elle…

Pensato da Elle at 14:37 | 4 Comments »

7 aprile 2008

La memoria (che trasforma)…



Image – Miss Van

Listening to – Back to Black – Amy Winehouse

“E non dovete né meravigliarvi né indignarvi,

perché è la cosa più evidente del mondo.

L’uomo è separato dal passato

(anche dal passato di qualche secondo prima)

da due forze che si mettono immediatamente all’opera

e collaborano tra loro:

la forza dell’oblio (che cancella)

e la forza della memoria (che trasforma)”.

Milan Kundera, Il sipario

Dio mio sono davvero in ritardo. Cumuli di abiti in ogni dove. Scarpe e borse sono dappertutto. Sul comò stantie pile di scontrini prendono polvere. Una bottiglietta di vetro rosa: il mio profumo. E mentre annaspo tra le cose alla ricerca di quel che avevo lasciato lì poco prima… ecco spuntare il mio attimo di dolore: un ricordo del passato, che poi, non è così tanto passato. Un oggetto rosso né piccolissimo, ma nemmeno grande. Una cosa che ha fatto lui. Io sono ferma, immobile, il sangue sembra non scorrere più nelle mie vene mentre me lo passo tra le mani. I brividi e i ricordi salgono e mescolandosi si spandono in questi pochi metri quadri. Vanno e vengono come la marea. Portando cose: sono carezze e pugni, sono sorrisi e lacrime.

Lo sguardo si perde mentre fisso quell’oggetto. E tu sei lì ferma, clamorosamente in ritardo per il tuo appuntamento… ma so che mi aspetteranno… non è carino lo so, ma è così che adesso deve andare… Allora ti siedi calma, stendi le gambe sul parquet. Prendi lo specchio e in esso ti osservi, manca il rossetto. Decido di osare un rouge allure chanel. La mia ultima pazzia, perché una donna deve sempre averne uno. È un po’ come per il tailleur nero.

Respiri e ti chiedi cosa sia cambiato, quante cose adesso sono diverse. Se ti manca.

Il telefono suona, s’accertano se prima o poi arriverai.

Sì, arriverò. Perché io ci sono sempre.

Quel che passa, diventa memoria, e finisce che non lo perdi mai. E non so se questo sia un bene o un male. Anche se a tratti vorrei perdere tutto, anche se vorrei che una spugna portasse via con sé quel che è stato, quel che è stato taciuto, le bugie, la malinconia e l’amaro, so che non è giusto. Anche se a tratti mi piacerebbe non essere più capace di parlare, ascoltare e capire. Essere come una pietra, che non sente nulla, né il caldo, né il gelo. Sì, come una pietra. Ma so che non ne sarei capace.

L’oblio vorrebbe avere la pretesa di cancellare, ma io non son capace di dimenticare e di far finta che nulla sia stato. Forse perché non si dimentica mai, e non si è mai davvero capaci di comandare prepotentemente i ricordi. Magari fossimo capaci di farlo e di zittirli, e se io lo fossi stata, avrei continuato a prepararmi senza dar peso a quell’oggetto, e forse adesso non sarei nemmeno così paurosamente in ritardo. Ma mi aspetteranno.

E nei ricordi scavo e vive di nuovo per un attimo quel che è stato, diventando adesso memoria, che alle volte s’impolvera, cambiando forme e colori.

Per dirla con le parole di un’altra*: …il tempo trascorso insieme non appartiene né a te né a me: vivendo, l’abbiamo lasciato al passato. Tu sei memoria… Tu sei il fiato e lo sguardo, il dolore e il desiderio del nostro passato che non esiste più, ma che un tempo è vissuto…

Ma io non posso e non voglio dimenticare, perché prima di volerlo dovrei imparare come si fa a desiderare di dimenticare. Forse qualcuno dovrebbe insegnarci come si fa. L’oblio cancella, ma io non ne son capace.  La memoria trasforma ed io adesso son solo capace di fare questo.

Mi passo tra le mani l’oggetto. Un’amica mi ha detto, un giorno di qualche tempo fa:

butta tutto quel che ti ricorda lui, farai prima a cancellare quel che deve essere cancellato…

Ma l’oggetto riprende quello che è stato sempre il suo posto, all’incrocio dei due muri, perché ormai è parte integrante del mio mondo e delle mie piccole cose… e questo significa anche usare la memoria per trasformare e trasformarsi…

Riflessa nello specchio: una giacca nera stretta in vita ed una spilla strana che ammicca sul suo bavero, jeans e tacchi. Il volto sorride, il telefono squilla ancora, sono già per strada…arrivo…

(* L’altra è: Elena Lowenthal)

Immancabilmente elle… 

Pensato da Elle at 00:59 | 4 Comments »

5 aprile 2008

L’insolito qui è di casa…

Image – Tadahiro Uesugi 

Il mio mondo sembra girare al contrario. Poco male. Sarà per colpa dell’insonnia, saranno stati i pensieri, fattosta che ogni giorno me ne succede una. La vita però va presa anche con ironia, soprattutto se non vogliamo finire in un manicomio o a parlare da soli sulle panchine ai Giardini Margherita no?!? (ndr. per la seconda c’è rimasto davvero poco).

Ma analizziamo i fatti insoliti.

1. IL CASO DEGLI OBIETTIVI DEL TIROCINIO

Succede che l’altro giorno devo aver fatto pena al prof che, dopo la terza volta che andavo lì, si è ammorbidito e mi ha firmato gli obiettivi del tirocinio.

Ma parliamone. Firmare gli obiettivi, ovvero prendere un microfoglio, dove è tatuato il logo della facoltà, e scrivere in geroglifico che: io, Emerito Prof X della Supercazzola dopo aver letto e visionato - ma ci sarebbe stata bene la frase: dopo aver rimandato indietro per ben tre volte il foglio degli obiettivi di ’sta poveretta perché non m’andavano mai bene – gli obiettivi della tirocinante Elle li approvo. E sberleffo illegibile in fondo al microfoglio. Si fa la fotocopia e mi rende il tutto, dicendomi: “Ora, firmi il contratto, e ci vediamo all’incirca, verso la sessantesima ora del tirocinio, arrivederci”. Sono uscita basita, in corridoio al mio amico sono riuscita solo a dire: “L’ho sfangata finalmente, eccheccazzo“… così nuda e cruda e soprattutto senza remore.

Sorvolo l’incontro con la pallosa che mi bracca tutte le volte che mi vede in facoltà, chiedendomi quando mi laureo, perché non mi faccio vedere quasi mai – spetta che te lo spiego – e soprattutto non manca di informarmi che si è laureata e che ha scritto la tesi in un mese che faticaccia (e tutto questo lavorando nell’ufficio del preside)… vabbé allora io sono alta, bionda, e mi chiamo Irina, e scriverò la mia tesi in una settimana… vabbé!

2. IL CASO “ESCI A CENA CON ME, PERCHE’ CI DOBBIAMO CONOSCERE”

Che teoria strana hanno certi uomini, insomma se sei singòl significa che per forza vuoi a tutti i costi un uomo, quindi per assecondare questo piccolo desiderio – manco fosse la fottuta Birkin (borsa di Hermes, licenza poetica scippata a Samantha di Sex & The City) – noi accettiamo di tutto. E invece no. O per lo meno io.

Dopo 45 minuti di insistenti domande atte ad estorcere i cavoli miei, se ne esce con il propostone:

X: Dai, ti porto in un posto bellissimo sui colli, io e te senza impegno, così ci conosciamo!

(già quel senza impegno pesa come una cambiale)

E: No, guarda non mi pare il caso, non ne vedo proprio il senso!

X: Come non ne vedi il senso? Guarda mica significa che se vieni a cena ti reputo una facile! Anzi sei da sposare, me ne convinco sempre di più! E poi se non vieni a cena con me, come ci conosciamo?

E: Facciamo senza no? – questo è quello che avrei dovuto rispondere – …………… (questo è quello che ho risposto) ovvero silenzio assordante con sbuffo finale.

X: Basta, decido io per te, si va a cena, poi ti porto a casa giuro, ma decido io se no… guarda che io ho la testa dura eh!

E: Io di più.


Stop. Non aggiungo altro. Dico solo che sono costretta, quasi ogni giorno, a modificare il mio percorso cittadino per non incappare in tal soggetto.

3. IL CASO DELL’ALLERGIA

Non respiro. Il dottore come al solito non mi ha prescritto la visita per fare il vaccino definitivo, perché a detta sua:

“È tutto inutile, non serve a nulla, vogliono solo spillare soldi ai cittadini, prenda queste vedrà che starà una meraviglia!” e mi allunga un fascio di ricette con nomi di farmaci impronunciabili, pieni di XYZ. Io piglio ’ste pasticchette, che le fanno sempre più piccole, ma c’ho gli occhi rossi, tossisco, respiro male, semino fazzoletti e soprattutto ho l’orticaria a zone! Un altr’anno vinco io!

4. IL CASO DEL CONTAPASSI

Parlo al telefono con Pulce, per aggiornamenti sulla salute del cucciolo, a giorni altre visite, ma lo sento che borbotta in sottofondo, ha praticamente trasferito l’ufficio a casa. Poi sento mamma che fa:

“3km. Hai capito? 3 km…!!!!” e se la ride e Pulce: “Ma non erano 7! Dico, l’ho visto io, ne hai fatti 7!”… al che intervengo:

E: “Che è sta cosa dei Km?”

Pulce: “Non lo sai? Mamma s’è messa il contapassi per vedere quanti Km fa al giorno tra le altre stanze e quella di papà”…

Ora vi pare una cosa normale? No ditelo!

Insolitamente… elle

Pensato da Elle at 00:06 | 6 Comments »

1 aprile 2008

(In)Sensibilità

Image – Carrie Williams

Racconto 

“Se un giorno arrivasse il freddo, all’improssivo vorrei avere qualcosa con cui scaldarmi, proteggermi e difendermi…

Se un giorno arrivasse il freddo, beh, sappi che lo devi sentire tutto, perché il freddo è il freddo, e devi solo aspettare che passi, e che quella sensazione di gelo diventi tepore…

Se un giorno arrivasse il freddo, vorrei che i miei arti non si fermassero inermi, ma li vorrei vedere in moto per cercare di opporsi alla morsa.

Se un giorno arrivasse il freddo, beh, sappi che nessun tuo arto risponderà ai tuoi comandi, ma resterà immobile ad aspettare che passi, e che la morsa ceda il passo ad una carezza…

E se quel gelo avesse mangiato più di quel che doveva?

Beh chi può saperlo?

Chiedevo queste cose a me stessa quando mi ha presentato una tazza di caffè sotto al naso, l’ho guardato sotto al mio ombretto nero e coperta dal ciuffo della frangia.

Ma questo da me che vuole? Io che adesso non mi capisco, io che a tratti ho freddo, io che forse ho perso la sensiblità.

Ma si può perdere la sensibilità con la stessa facilità con cui ci si dimentica l’ombrello all’ingresso di un negozio? Puoi perdere qualcosa che hai indosso dalla nascita? O te lo ruba qualcuno un giorno e tu non lo trovi più, ed hai la stessa sensazione di vuoto allo stomaco e di bruciore alla testa, come quando non senti il portafoglio nella borsa.

Non si è mai pronti al freddo. Così come non si è mai pronti a correre se prima non ci si è scaldati un po’.

Mi costringo a vivere sul cornicione sudando freddo e indossando scarpe comode, convinta che prima o poi sarò pronta a saltare.

Mi guarda, mi dice che sono strana, mi tira a sé per un braccio. Mi dispiace ma io non funziono come le altre, e divento ancora più strana, cerco di far addormentare questo lato di me che mi sconvolge. Mi odierei se non mi volessi così bene, e se non fossi così padrona di sensazioni che conosco alla perfezione.

Gioco-forza.

Ed io adesso non sopporto gli indecisi, forse perché io stessa lo sono. Un passo più in là e potrei cadere giù, certa che non ci saranno braccia a raccogliermi, ma solo occhi che guardano quel che faccio, voci che parlano, orecchie che sentono.

Il cuore batte e và da sé. Per se stesso. Impazzito, inerme e basito.

(In)Sensibile. Ma poi piange. S’arrabbia. Crea e subito dopo distrugge. Non risponde al telefono. Rifiuta. S’indigna. Poi aspetta la pace, che arriva con la notte, e l’apprezza piano, un poco alla volta. Ma da solo. Perché ci sono freddi che nessuno scalda, manco il tempo, che lento scorre e mi irrita. Si calmano da sé. Prendono forme nuove e fanno percorsi alternativi. Riemergono come la polvere da sotto i tappeti. E prudono, poi diventano pustole, poi a volte scompaiono. A volte invece no.

Il cuore è Sensibile ad ogni movimento. Questo ragazzo mi guarda, lo guardo. Bevo il caffè e mi nascondo dietro un grande occhiale nero. Non sono facile. E chi ha detto mai di esserlo. Non ho voglia di pensare. Così come non ho voglia di capire l’incomprensibile, perché troppo presa da altro. Forse da me stessa, o forse no.

Certe cose capitano, non si devono pretendere. Mi tocco il braccio mentre cammino sola per Strada Maggiore, sento le rondini, il cuore si scalda per sé, significa che è sensibile. Respiro. Sorrido.

Mi compro fragole rosse da mangiare con lo zucchero”.

(In) Sensibilmente elle…

Pensato da Elle at 23:51 | 4 Comments »

1 aprile 2008

Fermate quel treno…

Image – Sara Singh

Ho quasi perso il treno. Salivo le scale, con la valigia più pesante del mondo, e urlavo: “Fermate quel treno, fermate quel treno!!!”… No che non è un sogno, ma è quel che ho fatto questa mattina in stazione, dimenticando, nella corsa, il giubbino in macchina, lasciandomi alle spalle una Pulce basita e il suo amico che mi ha fatto arrivare in ritardo. Mi sono buttata dentro quell’Eurostar, grigia come le sue pareti, sfinita e ansimante come una mucca partoriente.

E mi sono pure morta di freddo tanto era alta l’aria condizionata. Imbozzolata nella mia pashmina, sbocconcellando una pizza con le patate, mi sono isolata per tutto il viaggio, ero sola e sola volevo stare, con il mio ipod nelle orecchie, con i pensieri che salivano e scendevano come le colline marchigiane che stavo lasciando.

Adesso dovrei stare già nel letto, adesso dovrei già aver messo a tacere il cervello, e spento tutte le luci. Ma c’è un silenzio spettacolare, dopo che un paio di amici se ne sono andati, e mi parrebbe brutto non viverlo. E così scelgo un’immagine, che non ne avevo caricate più, e torno a fare un po’ della mia vita di prima. Con qualche pensiero in più, con la testa che vaga, con il grado d’apprensione sempre alto, che mi fa telefonare di continuo a casa, per sapere se va tutto bene, se lui sta bene, e se soprattutto mamma e pulce resistono alla crisi di nervi in atto da quando è tornato a casa.

La mia agenda gronda di cose importanti da fare, tirocinio ormai prossimo allo start, tesi acciuffata e libri da iniziare a cercare, vivere, e leggere. Dovrei prendermi un po’ di tempo per me stessa, per far quadrare un paio di cosette, masticare un po’ di quel che mi è mancato di più: la mia libertà. È inutile come possa una città ribaltare e cambiare l’umore, farmi tornare la calma, anche se in bagno sembrava esserci passata una mandria di bisonti, ma l’ho pulito mentre tenevo lo stereo a palla, e mi dimenavo con i miei guanti gialli e con in mano lo smack candeggina gel…che figata eh!?!

Ora è tardi… ma sono qui.

Veramente… elle…

Pensato da Elle at 00:16 | 1 Comment »