24 aprile 2008
Better in time
Image – Arthur De Pins
Listening to – Better in time – Leona Lewis
“Quale forza ti nega di sapere quello che stai vedendo?
Una gran forza deve essere quella che può confondere
sensi altrimenti precisi, notizie altrimenti evidenti.
Una gran forza ci procura al momento giusto la miopia per vivere”.
Erri De Luca – Non ora, non qui
Adoro quando questa casa è silente. Perché io stessa lo sono, e a volte adoro il silenzio, sì quello che ronza assordendo le orecchie. La musica allora s’impadronisce delle pareti, e una tazza di tè fuma. Il silenzio è solamente interrotto da qualche sparuta telefonata.
Non vado più a Parigi, per un motivo o per un altro, tutto è saltato. Ma tanto ormai salta tutto nella mia vita.
E per tenere questo ritmo prima o poi lo farò anche io.
Ci sono momenti, come questo ad esempio, in cui la stranezza mi invade, ed io avrei voglia solo di non farmi trovare da nessuno. Il telefono così rimarrebbe muto, il campanello afono, ed io non risponderei né al mio nome, né a quello di nessun’altra. E forse sto impazzendo.
È la mia pelle quella che vorresti toccare, o il viso, o forse il cuore… ma non lo so se e quando sarò pronta…
e non so se questa è soltanto paura, o solo voglia di star con me… i passi sono incerti, le strade strane, e troppo diverse da quelle percorse fino ad ora…
Mi dicono brava, mi dico brava.
Mi dici interessante. Rispondo: strana, sono strana io, non interessante!!!
L’ho visto, il mio ex, sabato sera, indossava una maglia bianca, il casco in testa, e stava sotto a un portico, con l’espressione solita fredda di quando pensa ai fatti suoi. Faceva una cosa che un tempo faceva per me: aspettare sotto casa seduto sullo scooter.
Reazioni?
Mah. Un pugno di calore per un attimo al petto, poi fastidio, poi ancora quel fotogramma è scivolato via, guardavo la strada che la macchina mangiava davanti a sé, poi mi sono persa nella giungla dei parcheggi. La sua immagine è venuta a galla mentre ero fuori a cena, ma poi lui, il suo maglione bianco, il suo sguardo, le sue vecchie parole per me, e la sua nuova tipa, sono tutti caduti in terra spezzandosi, come è successo alla bottiglia di vino rosso scivolata di mano al cameriere. Una risata, un brindisi. A me. Ai miei progetti, che potrebbero portarmi lontano da qui, stavolta per davvero.
Per un attimo sono stata poltiglia, insieme a lui, e a quel che ero e che non so se sarò mai più. E tremo.
Non c’è tristezza, né malinconia scura in queste mie parole. Non vi preoccupate loro scivolano, se ne vanno prima o poi. Ed io torno a sorridere.
E tu vorresti avvicinarti, ma io non so se le mie ferite sono guarite. Mi parli al telefono, mi fai ridere.
Ma io non so quale sia la quantità di paura che riempie adesso le mie vene. Non so per quanto ancora tremeranno le mie gambe. Non so nemmeno se e come mi accorgerò di stare bene.
Non sono fredda, ma a volte vorrei esserlo. Ecco, vorrei nascondermi.
Ma camminare con le braccia tese in avanti non ha senso. Non è mosca cieca la mia vita. Non è nemmeno di chi ne è uscito troppo velocemente, non è nemmeno della paura che tutto questo mi ha lasciato, non è nemmeno di qualcosa che mi vorrebbe fermare. Non conosce né sosta, né ristoro il moto ondoso dei miei pensieri.
Sì, dovrei chiudere gli occhi e per una volta spegnere il cervello, vivere e basta.
Poltigliosamente incasinata (toh una cosa nuova) elle…
Pensato da Elle at 22:21 | 10 Comments »






