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Archivio di novembre 2006

29 novembre 2006

La gatt-elle sul tetto che scotta…

Image: Jerome Studer

Albeggia, ho un sonno pesto, penso che ci siamo addormentati dopo le quattro. Dopo essere stata a lezione, con te un po’ in giro, e poi un piccolo bar del centro, dove una nonna sprint prenotava già i regali natalizi per i nipoti, ho invidiato quella bambina che si accaparrerà la casa di Barbie in valigetta… Tè fumante per me, cioccolata con panna per te. Poi Bologna, portici, motorino, casco bene allacciato e su il bavero del cappotto, fermo immagine di me e di te: insieme. Cena da te, risate, mangio come un uccellino in questi giorni, e stiamo stesi sul letto a scherzare, ridere, sospendo nell’aria ancora un’immagine di noi e l’attacco sull’album dei miei ricordi. Una bottiglietta di shampoo alla camomilla per lavare i tuoi maglioni di cachemire, ed io ti prendo in giro. Giochiamo alla Playstation – o meglio ad un modello paleolitico di quella diavoleria – alle micromachine mi perdo tra destra e sinistra, al gp vado sempre in testacoda e non so cosa sia il freno mai, a Resident Evil getto la spugna e tutti quegli zombie ansimanti mi mettono una certa ansia. Si fa mezzanotte e con i rintocchi giriamo nella notte umida Bolognese. Un film che finisce a notte fonda, senza un orologio che testimoni la nostra incoscienza che tu domani devi andare a lavorare, ed io si sa devo studiare.

Ore 8.20 suona il campanello, purtroppo non è la squadra di Extreme Make Over Home Edition che io e Limite guardiamo a ripetizione su sky, ma è la “squadra” di muratori che per la decima volta viene a mettere a posto il tetto. Apro in pigiama e ciabatte, capello arrufato, e sonno nero. Preparo il caffè seminando danni a destra e a manca. Loro inziano a sfasciare e sembra che la casa stia per venir tutta giù. Una puzza di guaina abbrustolita aleggia nell’aria e fa un freddo cane perché tutte le finestre sono spalancate, perché loro salgono e scendono. Tale squadra è così composta: padre di origini napoletane, ma trapiantato qui di trent’anni, e due figli. Tale signore mentre porta giù i secchi pieni di coppi passati all’altro mondo mi fa: “Che bella quella camera dove ci sono tutte quelle foto di quell’attrice americana di tanto tempo fa”… ed io: “Sì, Audrey Hepburn, mi piace tanto”… e mi si mette a parlare prima di film, e poi non si sa come si passa a parlare del caro vita bolognese, e di tutta la verdura che si è riportato dal paese suo e delle 1500 bottiglie di conserva di pomodoro, io pensavo dentro di me: “Ma questo che casa c’ha?“… poi disquisiamo del pane-gommoso di qui, ma poi mi lascia lavorare

Poco prima che mi accorgessi di essere in un ritardo mostruoso per la mia lezione di Diritto del Lavoro, mi si rimette a parlare e affronta il tema della morte, ecco io non sapevo più cosa fare ed ho solo detto: “Il brutto non è per chi muore, ma per chi rimane!” ecco non l’avessi mai detto, lui un religioso incallito, io una credente pseudo-autodidatta, mi parla di Gesù e mi dice chi ci ha costretto a morire e fa: “E’ stato Aaaa…” io a bocca aperta… lui incalza: “Ad…“… io come se stessi a fare un’interrogazione dico: “Adamo“, lo dico quasi urlando e soffocando un epiteto poco carino ma che ci stava benissimo ovvero: Cazzo!!! Insomma mi parla di Bibbia e di Farisei, di Mosè e di comandamenti, poi mi dice che me la regala una Bibbia e che leggerne un po’ di sera non fa mai male… io sorrido esterrefatta, stupita della sua fede così forte, mi chiedo dove ho lasciato la mia… Mi sorride e mi lascia lavorare – come dice lui – ma è tardi, la pasta con il po-pomodoro è pronta, mangio con l’imbuto, mi vesto, mi trucco, mi lavo le zanne ed esco in fretta e furia.

Tornano domani mattina che manca metà del tetto da aggiustare, arrivano per le otto e un quarto che mica è così presto!

Spiritualmente Elle!

Pensato da Elle at 20:42 | 143 Comments »

27 novembre 2006

Il coraggio che ci vuole…

Image: Miss Van

Aritmia cardiaca. Il cuore batte, batte da far male, lo posso sentire muoversi nel petto, mangiare un po’ di me, fino ad urlare. Il cuore batte per reazione perché ho un po’ paura. Paura di quel che mi ha detto lui. Ho paura per noi, ho paura di non trovare più domani quello che siamo. Io potrei essere la tua certezza, anche se nel nostro passato non lo sono stata. Io vorrei essere le braccia che ti stringono quando hai paura. Vorrei essere quel sorriso che ti fa dimenticare tutto. Vorrei non sentirmi patetica, e piagnona. Ma cerco di capire. Cerco il silenzio per rispettarti. Cerco che la calma fermi la paura, per starti vicina come meriti, per regalarti il mio calore.

L’amore è strano, veste tanti abiti, e non è mai uguale a prima. Non è detto che quello di oggi è meno forte di quello di ieri o quello di domani. L’amore gioca con le certezze e con le sicurezze, l’amore vuole che si instilli l’insicurezza e il brivido per non dipingere mai la sua tela con colori piatti. Ed io amo il colore vivo della vita, dei sentimenti: tutti. Ho paura sì e pure tanta. Ma ho coraggio perché credo in quel che siamo, credo in quel che provo, credo nel percorso che ho fatto e che mi ha portato di nuovo fino a te. Potrebbe essere che anche tu debba fare tutta quella strada, di perderti tra i tuoi pensieri, e ritrovare il filo che ti stringe a me.

Ed io non posso che stringerti e guardarti quando sei con me, sprofondare in un tuo abbraccio ed ubriacarmi del tuo profumo, e sentire che la pace tranquillizza il cuore impazzito. Non ho pretese, perché non potrei chiedere di meglio, perché nonostante quel che dici tu, tu mi fai sentire la prima cosa che conta, e non importa se ogni tanto ci sono nuvole nere, io voglio credere che con un soffio le spazzeremo via. Perché voglio raccogliere tutte le mie forze per te. Perché conosci la mia anima, perché mi hai capita dove molti hanno sbagliato. E ci vuol coraggio per voler bene, amare, rispettare chi ti sta accanto, ci vuol coraggio per rischiare, per mettersi in gioco, chiudere gli occhi, mollare la presa e lasciarsi andare, ed è questo quello che farò. Vorrei poterti dire tante cose, ma non so quanto servano le parole, vorrei poterti dimostrare tutti i passi falsi che ho commesso, le cicatrici che ho sul cuore, le ferite rimarginate e ormai scomparse, vorrei poterti rasserenare, ma non con qualche stramba trovata, perché con te non ho bisogno di trovate.

Vorrei rasserenarti con me stessa, perché solo con te riesco ad esserlo: pasticciona, incasinata, tremolante, coccolosa… una nuvola di schiuma, un phon che ti asciuga i capelli, un maglione che ti scalda, una pasta asciutta che riempie il tuo stomaco, la tua cura, la tua pozione segreta, la tua coperta.

Sentimentalmente Elle!

Pensato da Elle at 19:36 | 151 Comments »

24 novembre 2006

Domande che tormentano…

Image: Aimee Levy

Non hai mai avuto l’impressione di esserti innamorata dell’uomo sbagliato?

Di essere la sola colpevole di come sono andate le cose?

Di aver amato troppo e aver chiuso gli occhi di fronte all’evidenza?

Queste sono le domande che mi fa una persona in una mail ricevuta questa mattina: domande sul mio passato, domande che sono state chiuse in un cassetto tempo fa, e che oggi riaprirò per affrontare il tema doloroso delle situazioni spinose che possono tormentarci dalla fine di una storia importante in poi.

Una storia è fatta di momenti, di piccoli attimi in cui il tuo cuore si apre a vedere quel che ha davanti: lui se ne innamora senza remore, senza rimpianti, senza rimorsi, lo fa e basta, ascoltando solo le sue ragioni. E le sue ragioni seguono percorsi che apparentemente hanno un senso, hanno una motivazione che fa da collante. Il cuore va avanti anche quando la ragione sussurra domande come: “Non pensi di esserti innamorata della persona sbagliata?”… Ma adesso che tutto è finito ci si volta indietro e ci si chiede tutto questo, perché la rabbia scava e rode, come se fosse un potente acido, tutto quello che c’è: i ricordi, i sentimenti, l’amore, le proprie azioni e non solo quelle dell’altro.

Perché tutto mette in dubbio tutto, perché chiedi a te stesso più di quello che dovresti sapere? Perché forse la voglia di capire, l’agitazione del cuore, il subbuglio dell’anima vogliono essere sedate, per riposare, per avere pace, per godere del silenzio che c’è dopo la tempesta. Gli anni passano, i cuori si dimenticano, o sembrano farlo, diventano sordi, omettono ricordi e parole per non permettere forse a quell’acido di scavare ancora tunnel profondi dove ci si perde e non ci si ritrova più. Forse un giorno si arriva a pensare che se tutto è rotolato via schiatandosi la colpa è solo nostra. Di noi che non abbiamo mai capito, di noi che non siamo stati capaci di ascoltare, prevedere, immaginare, entrare nella testa e nel cuore dell’altro, di rapire i segreti più nascosti, di carpire le ansie e le paure… o forse non è così… la colpa non è soltanto nostra, perché non sempre si è capaci di capire perfettamente cosa si agita nell’animo della persona che è con noi, perché non sempre siamo in grado di prevedere le sue mosse e di capire se le sue azioni erano o meno animate dalla buona fede.

Perché ci si rimprovera di avere amato troppo? Forse perché si è avuto troppo poco indietro, o peggio perché le nostre attese sono state disilluse, perché quello che ci aspettavamo non è arrivato mai. Ecco la rabbia, ecco il dolore, ecco il senso di inadeguatezza e di incompletezza che pervade tutto. L’amore non chiude gli occhi, ha solo il potere di distorcere spesso le immagini che di rimando ci tornano indietro, ha la forza di stordire, come un forte profumo, la solerzia del pensiero, riuscendo a far danni molto più di un pugno duro dato allo stomaco. Forse hai amato troppo ma è quello che ti sussurrava il cuore, gli occhi forse sono diventati un po’ ciechi, ma adesso forse vedono che i tuoi pezzi non potevano combaciare perfettamente e per sempre con i suoi. Non si piange sul latte versato, si archivia piano, giorno dopo giorno, quel che si riesce a metabolizzare. E poi un giorno lo si tira fuori e si pensa che forse è così che doveva andare senza rimpianti e senza rimorsi, perché hai avuto la forza di girare pagina, di ricacciare dentro le tue lacrime, di prendere il coraggio a due mani, sentirti più forte e più grande è il bene che ti vuoi.

Non chiudere gli occhi ora davanti all’evidenza di una pagina che deve girare, per iniziare a scrivere quella di domani…

Io l’ho fatto, ora fallo anche tu …per un’amica

Amichevolissimevolmente Elle!

Pensato da Elle at 21:46 | 161 Comments »

22 novembre 2006

Come mantenere la calma quando la pazienza è al limite

Image: Lynne Naylor

Tu dormi beata sotto al tuo piumone, arriva tua sorella apre la porta della tua microcamera e ti avverte alle 8.00 di lunedì mattina che c’è la tua amica Conc al telefono, ti scapicolli per le scale strafatta di sonno, prendi la cornetta la giri in un tutti i versi possibili e poi chiedi, allarmata e con il cuore a palla, cosa diamine è successo… Mi informa che è stata chiusa a chiave dentro casa da Anna- eh sì di solito si rimane chiusi fuori – non può uscire perché ha lasciato le sue chiavi in macchina: “Ele ti prego salvami, aiutami“… quell’altra stordita di Anna non ha acceso nessuno dei due cellulari, va a finire che l’unica uscita è prendere le Pagine Bianche e cercare il numero della sua azienda, passo cinque minuti buoni a cercare la lettera H, addormentata come sono la cerco dopo la M, poi dopo la I, un scarica di parolacce mi fa tornare in me. Chiamo al centralino, spiego la situazione, ma non hanno il numero del suo ufficio, o meglio chi fa uno stage è come se non esistesse, sono le 8.15 e quell’altra mi tempesta di squilli e messaggi, e in quell’ufficio non mi risponde nessuno. Attacco. Riprovo ai cellulari: nulla, nisba, nada de nada. Chiamo la prigioniera che è nel panico più totale, ha un importante appuntamento di lavoro. Riprovo al centralino e la signora che mi risponde pensa che io la stia prendendo in giro, in modo scocciato le dico che se fosse per me starei ancora a letto, insisto e alla fine mi rimette in contatto con l’ufficio: lascio squillare per 15 minuti buoni e alle 8.30 mi risponde la voce di Anna, come sente la mia voce rimane muta della serie: “Perchè mi chiami?”, le spiego cosa accade, sbuffa, si scazza, mi dice che va lei.

Attacco, ormai sono sveglia, chiamo la prigioniera le dico che Anna tra un po’ sarà a casa. Vado a farmi il caffè, risquilla il telefono di casa è Anna che non ce la fa ad andare mi chiede se posso andare io… abitano in culo ai lupi, sotto San Luca. Mi lavo alla svelta – tipo gatto style – mio cugino, nel frattempo, si offre di darmi un passaggio, sotto casa mia avviene la consegna delle chiavi, e via nel traffico cittadino. Mi lascia allo stadio dopo 20 minuti buoni, arrivo dalla prigioniera, apro la porta dovutamente chiusa a 4 mandate, e la trovo lì tutta rivestita in tenuta da manager ma con volto piagnucolante. Mi dà un semi passaggio, prendo al volo un 14 che mi riporta nei pressi di casa. Archiviata questa pratica, e anche la pseudoincazzatura, metto mano allo stanzino sotto al tetto, rischio di essere uccisa da cumuli di scatoloni ammonticchiati e dalle udite udite 20 paia di scarpe di mio cugino, e poi saremmo noi donne ad averne tante eh? Fatto questo io e limitina ci incolliamo – nel vero senso della parola – per un piano e mezzo di scale un Pinguino De Longhi ultra pesante, provocandomi lancinanti dolori alla schiena, braccia, e gambe. Vado a lezione, torno a casa e poi muoio sul divano.

Oggi mi sveglio, scendo sotto, accendo la macchinetta del caffè, entro nell’ingresso-studio accendo il pc e trovo sul pavimento un’enorme macchia di acqua: il tetto perde di nuovo. Mi cola bava bianca dalla bocca, mi faccio il caffè mandando colpi a destra e a manca, e quando finalmente mi spuntano i canini, chiamo rabbiosa lo studio dell’Amministratore, discuto per 15 minuti con la sua segretaria e poco dopo lui mi chiama, chiedendomi un appuntamento a casa mia per le 12.30, figo io ho lezione all’una. Si presenta a casa con il muratore, che evidentemente l’altra volta non aveva eseguito un lavoro fatto ad opera d’arte, e salgono sul tetto, tra parolacce ed insulti vari, parlano di coppi, guaine e onduline, io li fisso con una faccia a punto interrogativo incazzato, rientrano lasciando pistate zuppe sul parquet della mia camera, vari e variegati improperi detti dentro di me. Si scende al piano di sotto e si continua a far congetture, le parole stanno a zero, io mi son rotta e lo dico, bisogna smantellare tutto: unico dettaglio è che siamo al 22 di Novembre e la stagione delle piogge è appena iniziata a Bologna. Bisogna aspettare che tutto si asciughi, e poi faranno i lavori, nel frattempo mi attacco alla preghiera, mi vesto in modo strano e invoco gli dei che non facciano ancora piangere il cielo, sennò siamo in braccio a Cristo.

Ora come si può mantenere la calma quando la pazienza è al limite? Il barattolo di nutella sta per finire, vado a rifornirmi!

Sfigatamente e colabrodosamente come il mio tetto, Elle!

Pensato da Elle at 16:20 | 286 Comments »

19 novembre 2006

Elle in a bottle!

Image: Leo Timmers

Casa deserta, riposo per le mie orecchie. Soltanto un’ora per me e poi sarò in giro anche io, in un cinema a vedere un film che piace a lui, sperando di non addormentarmi, e di non crollare come una pera secca. Clint non mi è mai stato simpatico come attore, figuriamoci come regista, inutile poi ricordare la dormita storica che si sono fatta con i Ponti di Madison County, un film atroce dove lui era sia attore che regista, evvai! E così dopo un pomeriggio dal sapore bricoleggiante – si è costruito l’ennesimo mobile della casa – ora, una Malm sei cassetti sta in cucina, mi sembra tutto più ordinato, ed è solo un dettaglio che per farla star dritta abbiamo dovuto mettere una miriade di feltrini sotto, ché i pavimenti di questo appartamento pendono tutti.

Ascolto musica sbonconcellando un parigino con robiola – rigorosamente Osella – e prosciutto crudo, seminando miriadi di briciole sulla scrivania, e animata da una stanchezza imperante, che mi uccide la schiena, contrae le mie spalle ed il collo, fino a farmi muovere come un gufo, in blocco. E’ che in questi giorni mi sono sentita come imbottigliata, sommersa dalla marea di cose da fare, da ricordare, da non scordare. Il quadernone degli appunti è aperto come tre giorni fa – inconcludente elle – e non ho avuto né voglia né tempo di mettere in ordine, di fare il cambio di stagione, di riporre una volta per tutte le maglie a maniche corte nelle scatole, e togliere le maglie di lana dai sacchetti.

Pigra, pigrissima, pigrerrima starei a zonzo sempre, ritagliandomi il tempo intorno a me stessa, e alle cose che mi và di fare: creare, creare, creare… disegnare lo schizzo della maglia da dipingere, perdere tempo a capire perché Photoshop va in pappa – colpa dei font nuovi istallati – e riposare, vedere film – possibilmente decenti – fare qualche dolce e mangiarne un po’. Accendere le luci a stella – che fanno tanto Natale – e fissarle, aspettando le feste, i tortellini in brodo, le olive all’ascolana, la messa di mezzanotte con la panza piena e il pantalone che tira… Voglia di casa, di albero di Natale, di fermare il tempo, di chiudermi in una pallina e vedere la mia vita da lì, per carpire un po’ del suo futuro: qui o giù? Da sola o con lui? Insieme anche domani?

Continuo a dire quello che ho detto ieri: di nulla mi importa, basta paranoie che rattristano, ora sto bene e questo conta!

Imbottigliatamente come al solito, Elle!

Pensato da Elle at 20:03 | 148 Comments »

17 novembre 2006

La nebbia che nasconde il campanile…

 

Image: Aimee Levy

Era da un sacco di tempo che non vedevo una nebbia così fitta sopra ai tetti di Bologna. Nel guardarla ti viene ancora più freddo e qualche brivido in più lungo la schiena, mentre guardi fuori e bevi il tuo caffè. La tazzina è calda nella mano, e ti ricordi un’altra volta Bologna avvolta in quel manto: via Irnerio una notte di tanti anni fa, non si vedeva dove si andava né da dove si veniva, una sensazione strana di sordità e paura, di sentirmi persa. E così adesso solo che da dietro il vetro fa tutto meno paura, ma non vedo il campanile, i rumori sono attutiti, la città si sta svegliando, e anche tu. I capelli arruffatti, le guance rosee e la maglietta. Nel mio pigiama blu penso che avrei ancora voglia di dormire, di farmi sommergere dal piumone e di tirare fino a tardi, ma le bollette chiedono di essere pagate, e la frutta e la verdura aspettano di esser comprate.

Mi sono svegliata nel cuore della notte, la luce della strada filtrava dalla persiana socchiusa, tu eri vicino a me, ho avuto per un attimo paura, per un attimo l’insicurezza e l’ansia si sono sedute sul bordo del letto, fissandomi. Ed io mi sono fatta più vicina a te, perché il calore del tuo corpo mi trasferisse sicurezza ed amore, ti ho abbracciato e ti ho dato un bacio sulla guancia, ti ho scompigliato i capelli, tu non ti sei mosso, ma mi hai dato la mano. Fissando il tuo profilo grazie a quella poca luce, ho pensato a come possano convivere in me sentimenti così constrastanti, la sicurezza di volerti bene e di voler stare con te, e la paura e la disperazione dell’eventuale perdita. Il cuore mi si è stretto, è un buon segno, forse.

E’ brutto aver paura quando si ama tanto. E’ brutto forse pensare che un giorno qualcosa potrebbe andare storto e trovarmi senza te. Girarmi nel letto allungare il braccio e non trovarti. L’Ansia mi fissava ha scosso la testa, per una volta ancora devo averle fatto pena, e sdegnata penso che mi abbia sussurrato nell’orecchio: “Chi non ha i problemi se li crea, tsè!“. Forse ha ragione lei, forse dovrei pensare meno a tutte queste cose, lasciarmi andare a tutto, farmi cullare da te. Insicura lo sono stata sempre, a tratti crescendo, cresce anche lei, è un movimento proporzionale. Ho cercato di spiegare all’Ansia che forse tutto questo è solo il frutto di quel ho passato, che gli ostacoli trovati sulla mia strada e le botte ricevute fanno ragionare così il mio cervello. Maledette conferme, maledetta me. Penso che questa sia una parte di me che non andrà via, l’ho sempre fatto con mio padre, l’ho fatto con il mio ex, lo faccio con lui. Chiedo se ci sono nella sua vita, che posto ho, se mi vuole bene, forse cose scontate, ma se le chiedo è perché forse a volte non mi sembrano tali, mi mancano, non le vedo, o forse solo perché mi piace sentirmelo dire. Non lo so.

So solo che stanotte lo guardavo e poi fissavo il soffitto grigio della stanza e mi chiedevo il senso di tutte queste domande, di questo rasoio, di questa nebbia che a volte aggiunge carichi di brividi a quelli che la vita di default ci consegna già al momento della nostra nascita. Ecco, l’insicurezza e l’Ansia mensilmente mi aumentano la mia razione, di questo passo finirò per diventare canuta dalla paura. Pensavo poi – ironicamente e modestamente – che meglio di me non può trovare, che è difficile trovare un’incasinata come me, una pazza scriteriata che gli dipinge Gigi la trottola su una maglietta, che già al sedici di Novembre ha le smanie per andare a comprare all’Ikea gli addobbi per l’albero di Natale, che vede film di notte e si addormenta con te sulla mia spalla, il telecomando nella mano destra come se fosse una mia propagine, e gli occhiali rosa un po’ scesi sul naso. una me che piange quando si commuove un po’, e che ti si appallottola vicino vicino quando ha un po’ paura, come questa mattina alle 7.50 pochi minuti prima del tuo gallo canterino. (odio quella sveglia!)

Irripetibilmente, Elle!

Pensato da Elle at 09:47 | 9 Comments »

15 novembre 2006

Un po’ come un equilibrista…

Listening to: Illegal – Shakira feat Carlos Santana 

Che la vita a volte possa esser strana, sciocca, bizzarra, anomala ce ne si accorge poco alla volta. E così un giorno ti si para davanti in tutta la sua irregolarità scompigliandoti l’apparente tranquillità sorniona che ha sempre caratterizzato la tua esistenza. E respiri affrontando tutto e magari ti chiedi anche perché a volte le vite, le abitudini, le persone stesse sembrano prendere strade diverse, che si allontanano dalla tua, e quasi hai brividi nel vederli agitare la manina, che si fa sempre più piccola, in segno di saluto.

Mi chiedo se è così che accade, crescendo ci si allontana? Crescendo aumentano i pensieri egoistici e solistici, e perché io mi trovo così spaesata davanti a queste “normalità”, che per me tali non sono. Vorrei poter tenere strette tutte le persone a cui voglio bene e con cui mi piace passare il tempo. Ma la vita e i suoi imperativi sembrano fare da imbuto a me stessa e alle abitudini di un tempo. Ed io così stupidamente abitudinaria vivo queste cose come se fossero illegali, perché le sento minare il mio stato d’animo, e mi chiedo dove è che questa prassi va a parare. Non è una scrematura, non è questo il corso che voglio far prendere alle mie cose. E così, cocciuta come un mulo, mi destreggio su questo sottile filo per mantere in equilibrio tutto quello che voglio che sia con me anche domani. Le amiche, l’amore, uno sguardo, una mano sulla spalla, un profumo, il pane e nutella stesa sul divano di sera, le luci di natale sulle torri, la mia tazza di New York, vedere un gattino piccolo piccolo, apprezzare il sole in queste fredde giornate… e tutte le altre mie piccole cose. Ed io sono come un equilibrista, arrampicata fin lassù, con la fronte gocciolante e l’attenzione tutta focalizzata nel non far cadere nel vuoto quel che cerco di tenermi stretta.

La vita corre e corri anche tu, anche io. Ma odio questo imbuto che tira giù tutto, che mescola le cose importanti a quelle futili, che spinge nel fondo melmoso tutto quello che si dovrebbe tenere in vita e che scalda il cuore, e che porta a galla le cose sciocche, quelle che non rimangono, quelle che rompono e ti danno fastidio perché sono problemi e non altro. Un’incessante corsa la mia, per non perdere, per non dimenticare, per tenere tutto a mente e tutti vicini. E penso, e costruisco la mia rete, perché i suoi nodi non cedano mai, nemmeno sotto al peso di quella melma che le vorrebbe tutte giù sul fondo, e li stringo con la mia volontà, forse un po’ egoista, di trascinarmi nel futuro tutte queste cose, buttare finalmente via quell’imbuto e fare spazio a tutto quello che mi fa star bene, per non dimenticare nulla, per non dire “lo faccio poi domani”, per non dire un giorno “Perché non mi sono opposta con tutte le mie forze, al lento incedere delle cose che ci vorrebbe tutti uguali e tutti soli?”.

Testardamente legata alle mie piccole cose, Elle!

Pensato da Elle at 19:48 | 286 Comments »

13 novembre 2006

Elle la strega?

Image: Ransie – La strega

Potrei somigliarle, in tutto e per tutto, soprattutto se nel momento di arrabbiatura acuta, mi spuntassero orecchie e canini da lupo. E credeteci: potrei somigliarle davvero. Si dice che non si deve distrurbare il can che dorme, così come consiglio di fare gentilmente con la mia persona, perché sì, ho un buon carattere, mi adatto a quasi tutto, ma non mi adatterò mai alla specie di donna che nel mio vocabolario sta sotto la parola: gattamorta.

E’ un odio a pelle, evidente, e mai nascosto il mio, non mi piace nessuna esponente del mio stesso sesso che sposi questa causa e stile di vita, perché è di questo che si tratta. La cosa si aggrava ancor di più quando mira di tali paturnie è il mio (aggettivo possessivo) ragazzo. Ora, io sono tranquilla, brava, gentile ed educata, ma ieri sera è stato superato il limite. C’è una tale, gattamorta anzi mortissima, a cui piace? piaciucchia? il mio attuale ragazzo, fortunatamente, per lei aggiungo, non vive a Bologna, ma nella mia città di origine. Tale donzella ha l’abitudine di fare gli squilletti (che io odio come se fosse cacio sul pesce), e ogni tanto si prende la briga di fare al mio ragazzo qualche telefonata. Ora, tengo a precisare che, non mi piace per niente affatto vestire i panni di guardia del corpo con atteggiamenti da Gestapo, e quindi io non sono il tipo di persona che decide chi debba o meno telefonare al mio uomo, certo è che se tale soggetto (un po’ zoccola inside) se ne passa, a me scatta il giramento degli zebedei che non ho, ma prevedo che prima del 2007 spunteranno.

Ieri sera si era sul divano io e lui a vedere la tv, quando squilla il di lui cellulare, voce femminile, elle è tranquilla continua a vedere Report, fatto sta che il mio orecchio è vicino al suo telefono, e il volume è decisamente alto, lui – che non ha nulla da nascondere – è lì nella stessa posizione di prima, elle ancora non ha afferrato del tutto che si tratta della regina delle gattemorte, ma addirittura pensa che sia un’amica di lei, elle continua a mantenere in gestazione: orecchie, coda e canini da lupo di cui parlavamo sopra. Ad un certo punto viene buttato lì un istitente invito per una festa -aggiungo io tristerrima- in un locale del centro, dove, come tutti gli anni, gli abitanti della mia città di origine che studiano qui si riuniscono per festeggiare San Martino. Elle inizia a seguire con meno attenzione Report e a fissare il suo ragazzo, elle fa spallucce, non capendo ancora, elle borbotta sibilando -e stranamente non a decibel alti che di solito la caratterizzano – questa frase e perdonatemi il francesismo: “Ce la mandi a fanculo te, o lo faccio io?”. La coscienziosa ragazza, dall’animo nobile e sicuramente pulito, sente e chiede -cadendo dalle nuvole- chi è che DI GRAZIA la manderebbe a quel paese, non fa nemmeno finire di rispondere il mio ragazzo, perché lo precede chiedendo: “Ma è la tua ragazza???”… Ma va, no è la fataturchina!

Ora, questo soggetto di bassa specie, non solo è a conoscenza della mia esistenza, sa perfettamente chi sono, mi conosce di vista, ma GUARDA CASO, non mi saluta più da quando io e lui ci rifrequentiamo. Lei si prende la briga di andargli a chiedere se si è o meno rimesso con me, e decreta anche se tale scelta sia o meno corretta, ma farti una sforchettata di cazzacci tuoi no???. Aggiungo anche che la deficiente ieri al telefono ha anche detto che stava solo scherzando, salvo poi continuare ad insistere per farsi accompagnare alla festa, bella… sono una donna anche io, ci stai a provà punto e basta.

Non sopporto le persone che devono sempre mettersi in mezzo, non gli piaci, hai avuto la tua occasione l’anno scorso, non gli sei piaciuta dentro/fuori – e per fortuna – quindi sciò, vai a pascolare per altri lidi, montagne, colline, F-U-O-R-I. Non mi piace chi lancia il sasso e poi nasconde la mano, sai che non è libero, bhè non ti conviene giocare così sporco, perché io, se provocata, potrei giocare più sporco di te, caruccia.

Quale è la morale? 

Mai mettersi contro una donna innamorata, perché lei difenderà quel che di più prezioso ha al mondo, l’amore di un uomo ritrovato, per i suoi occhi, per i suoi abbracci, per i suoi baci e per tutto quello che siamo noi e che solo noi sappiamo come è. Mai pestare i piedi a chi se la lega al dito, perché la prossima volta il tuo piede sarà o fasciato o direttamente amputato, a seconda dello sconfinamento nel territorio. Mai pensare di fare fessa una persona buona, perché anche lei sa difendersi, e sta al mondo da qualche anno prima di te. Mai fare la smorfiosa, gattamorta, ammuffita con una cazzuta come me, perchè dalla gestazione quella coda, quelle orecchie e quei canini potrebbero passare direttamente a nascita-crescita.

(Piccola comunicazione di servizio: domani martedì 14 novembre questo blog per buona parte della giornata subirà dei lavori tecnici grazie alle migliorie proposte da tale testa, potrebbero esserci quindi dei piccoli disguidi nella visione  e nella gestione dei commenti. Tutto dovrebbe tornare alla normalità nel pomeriggio. Grazie)

Bellicosamente per una giusta causa, Elle!

Pensato da Elle at 20:21 | 281 Comments »

8 novembre 2006

Potrei essere un’abitudinaria…

8.30 Troppo presto per stare in piedi, troppo tardi per poltrire ancora nel letto. Un caffè caldo, nero, bollente, la mia colazione. Ancora in pigiama vago per una casa deserta e stranamente silenziosa, le nuove finestre isolano, fanno il loro dovere, da brave. Fuori mi sembra di vedere una Bologna fotografata in una giornata troppo limpida, è bella Bologna oggi. Un appuntamento è segnato sulla mia agenda, dovrei essere in facoltà tra poco da una prof, per visionare il mio lavoro, sperando che l’abbia letto e che non sia stato dimenticato sotto pile e pile di carte, come spesso succede.

Devo organizzarmi per bene, domani – obtorto collo – verrò prelevata dai miei genitori, per finire in Valtellina, a trovare dei loro amici. E così io e Limitina saremo sequestrate – e quasi fuori dal nostro mondo – fino a domenica. Non ho poi tanta voglia di andare, perché ho cose da fare, avevo feste – per una volta - a cui andare, e invece no, mi tocca andar fino a su, io che soffro la macchina, io che ho benedetto ogni singola strada montana, io che ad ogni curva divento verde… io che domani mi potrei attaccare con i denti – sperando che la dentiera non ceda – allo stipite della porta. Un po’ come fanno i gatti quando non ne vogliono sentire mezza di andare dall’amato veterinario, ecco io sarò così.

Abitudinaria del cacchio. Non c’è stato appello, ed io che devo studiare un casino di roba, ché lunedì mi iniziano le lezioni di Diritto del Lavoro. Sapevo che questo giorno sarebbe arrivato, che il diritto si sarebbe ripresentato alla mia porta, tutto impettito, ghignosamente a mettermi l’ansia. Un conto lasciato aperto dal mio inizio, tragico, universitario, io l’avvocato – mancato - delle cause perse. Insomma o passo questo esame, o posso anche scordarmi la laurea specialistica. Io che non son capace di imparare a memoria, mi troverò davvero nei casini se non saò capace di memorizzare, io che non son capace di farmi scendere quelle cose, per ricordi di sofferenze ancestrali. La mia autostima era sotto le scarpe quando alla settima volta vidi il mio nome e cognome e un secco e freddo “insuff” tra i risultati di Diritto Costituzionale. Che disdetta dover ammettere a me stessa che non ce la facevo.

Ma sono una persona positiva ed ottimista abbatterò anche questa palizzata e picchetterò il terreno conquistato, un po’ come Tom e Nicole in Cuori Ribelli.

Nel frattempo sono alle prese con una stupida caldaia, che si accende quando vuole lei, che fa partire il riscaldamento quando le sta comodo. Ed io che sono lì, sempre a ticchettare sull’orologio, a settare i gradi, e lei mi cambia le carte in tavola, non rispettando alcuna regola. Mi sono svegliata senza il piumone, in una camera in awajan style, con il termosifone che più bollente non si può, i capelli stravolti e le guanciotte alla Heidi. Ancora devo capire in che verso si chiudono i termosifoni, e sono profondamente convinta che i miei sono anomali, se chiudo la valvola come si chiude il tappo ad un barattolo e poi la apro di mezzo giro – come dice mio padre in gergo ingegneresco - non mi spiego perché, quando il riscaldamento è acceso, non ci si riesce a tener su la mano, che ti viene ben cotta! Ecco non ci capisco più nulla e con aria rinuciataria va poi a finire che mi spazientisco e lascio fare, salvo poi schiattare di caldo in camera, sfoggiando quasi il costume, e battere i denti al piano di sotto e scrivere questo dannato post con un pile celeste sulle spalle.

Ci rinuncio. Butto un occhio all’orologio ed è tardi, e tra poco sarà tardissimo.

Frettolosamente sempre di più Elle!

Pensato da Elle at 09:30 | 147 Comments »

6 novembre 2006

…Occhi…


Image by: Elle 

Occhi che stanno a testimoniare quello che di più nascosto c’è, quel che molti non percepiscono, quelli che distrattamente passano e se ne vanno, senza cogliere, senza capire alcunché.

Occhi che nascondono, che tradiscono, che parlano addirittura.

Occhi che non dicono, ma che vorrebbero dire.

Occhi come una cartina tornasole. Solo i tuoi e nulla più.

Occhi che nascondono una scatola giù nel profondo, scura, impolverata. Un lucchetto stretto come un groppo, quello della gola, quello che non scende e non si scioglie. E sei vicino a qualcuno, a qualcuno che non c’è più, che hai perso troppo presto, forse. Gli occhi ci sono per questo per testimoniare che quel groppo non se ne è andato mai, ma che sapiententemente torna su con tutto il suo aspro sapore, prepotente più di prima, e morde senza tregua. E si mescola con tutta la malinconia e le lacrime, ché il cuore sa, quando si apre quella scatola, son dolori.

Un saluto, una mano, un sorriso. E tu che te ne sei andata via. Il vuoto che torna, incessante, come tanti anni fa. E scopri una sera, metre parli con un amico, che la vita potrà anche andare avanti, che giorno dopo giorno sembra sedimentarsi su se stessa, renderdoti sorda, ma non è così, è l’illusione che tutto sia passato a farti capire che i ricordi sono come la marea, arrivano e spazzano tutto quello che sul bagnasciuga c’è.

Conchiglie, formine dimenticate, conchiglie abbandonate dal mare, te stesso… e via verso il largo, il largo dei ricordi, che sono sempre più profondi e per un attimo così vividi. Non più offuscati, non più nebbiosi, ma tersi e lucenti. Parole criptiche, che il cuore non sa dire, la voce non sa articolare, ma che solo gli occhi sanno instillare, con piccole gocce salate, per ricordarti ancora lì con me, per ricordarti nei rimproveri a tutte le mie marachelle, o per una parolaccia che in bocca ad una ragazza non sta bene. La mia dedica per lei sulla mia prima tesi.



E’ il vuoto che non si rimpiazza nemmeno con il tempo che passa, con gli anni che corrono, con te che diventi una donna, e con la scorza che piano piano ti si forma intorno, per proteggere bene quel che è nascosto al suo interno, qualcosa che anche lei ha contribuito a far crescere, poco alla volta.

Tutti abbiamo scatole infondo al cuore, dove abbiamo chiuso parole, sguardi, amori e perdite. Quello che non si è mai riusciti a dire, perché non si aveva tempo, forza o coraggio. Qualcosa che giace, che ci accompagna, che vive giorno dopo giorno, e che non sbiadisce e mai lo farà. Che riprende vigore al solo tocco di quella corda, che piano tende il cuore, si irradia fino al groppo ed esce timidamente in un piccolo concentrato salato.

Gli occhi ci sono per dire tutto quello che non si è avuto mai il tempo di dire.

Sinceramente Elle!

Pensato da Elle at 23:16 | 151 Comments »