28 ottobre 2005
Quella scatola di cerini…
In questi giorni il caldo ed il freddo danzano insieme.
In questi giorni il sole e la nebbia si alternano, un po’ al mattino, un po’ alla sera.
Apro la finestra della mia camera e a stento riesco a vedere i contorni del colle che ho davanti. I raggi del sole filtrano attraverso le persiane di questo palazzo antico, adoro svegliarmi con il sole che si insinua tra gli scuri, mi piace vedere che una piccola lama di luce sia stesa sul cuscino accanto al mio viso.
Mi piace girarmi nel letto sentendo i rumori della cucina, di mia madre che cammina a passo svelto perché è sempre di fretta, di mio padre che si prepara per andare al lavoro.
Ed è quando tutto tace che cammino per i corridoi di questa casa, distinguo il profumo di mia mamma, quello di mio padre e del pranzo. Scivolo piano nella camera di Limite che, ancora addormentata, mi fa spazio nel suo letto, stringendomi in un abbraccio di cui sento sempre più il bisogno. I respiri vanno all’unisono, lei sogna, ed io sono sveglia, che penso alla mia vita.
Sono giorni che cammino con una strana sensazione addosso, il mio cuore è a tratti caldo, è come se lo avessi avvolto in una piccola sciarpa di lana, e a tratti trema gelido come se avesse freddo. È una strana sensazione, lui ogni tanto si stringe, ed io piango, io ogni tanto mi stringo ed è lui che piange. Mi chiede aiuto, mi dice che è ferito, mi dice che si scalda un attimo per poi poco dopo raffreddarsi. Lui tende una mano al mio cervello ed insieme parlano, mi parlano, ed io nel mio letto li ascolto.
Alla fine ognuno di noi produce calore, ma non è solo perché siamo vivi, non è solo perché c’è il sangue dentro le nostre vene, siamo noi che lo produciamo, le nostre emozioni ci scaldano, l’amore lo fa, l’affetto lo fa, l’odio e la rabbia lo fanno.
Bruciamo, e spesso va a finire che ci bruciamo anche da soli.
In un libro che lessi tanti anni fa, c’era una storia bellissima, ed in questi giorni in cui il mio cuore vive tutti i suoi mille contrasti, la sono andata a cercare, l’ho riletta, ho chiuso gli occhi ed ho iniziato a capire che forse è davvero così.
Ognuno di noi nasce con una scatola di cerini al suo interno, ma non possiamo accenderli da soli, perché abbiamo bisogno dell’ossigeno e di una candela – proprio come accade ai cerini veri. Ma per noi umani questo ossigeno proviene dal fiato della persona che si ama, e la candela “può essere un tipo qualsiasi di cibo, di musica, di amore, di parola o di suono che faccia scattare il detonatore e accendere in tal modo uno dei fiammiferi”...
Mi è capitato, tanto tempo fa, di provare questa strana sensazione, per un momento mi sono sentita abbagliata da un’intensa emozione, …“si produrrà dentro di noi un piacevole calore che con il passare del tempo si andrà affievolendo, lentamente, finché non sopraggiungerà una nuova esplosione a ravvivarlo”… e mi chiedo adesso quando ancora un mio altro cerino si incendierà, quando ancora mi sentirò viva, e quando ancora vivrò questo calore a tratti intenso e a tratti lieve, quando ancora camminerò, mangerò, dormirò, leggerò con questo calore costante sul cuore…
“Ogni individuo deve scoprire quali sono i detonatori che lo fanno vivere, poiché è la combustione che si produce quando uno di essi si accende a nutrire di energia l’anima. In altre parole, questa combustione è il nostro nutrimento. Se non scopriamo in tempo quali sono i nostri detonatori, la scatola di cerini s’inumidisce e non potremo mai più accendere un solo fiammifero.
Se questo accade, l’anima fugge dal nostro corpo, va errando nelle tenebre più profonde e cerca invano di trovare nutrimento da sola. Non sa che glielo potrebbe dare soltanto il corpo che ha lasciato inerme e pieno di freddo”.
Ed io sono qui che fisso questa mia muta scatola di cerini che ho nel petto, la notte cerco la miccia che la scalderà producendo l’agognata esplosione, mi chiedo se distrattamente si è inumidita e se la mia anima piccola piccola ha lasciato il mio corpo alla ricerca di qualcosa che possa sfamarla, e se magari è da qualche parte che cerca invano qualcosa che forse non arriverà mai, ho paura che anch’essa si sia inumidita, e che non torni più…
Alla fine mi conosco, e conosco anche i miei detonatori, a volte penso che come in tutte le cose posso aver sbagliato, non avendo preso per mano la miccia giusta, quella che da fuoco e calore al tutto, anche io come Tita, a volte ammetto, fissando i miei cerini che questi sono pieni di muffa ed umidità, li fisso sconsolata, e forse penso che tutte le volte che sono riuscita ad accenderne uno, qualcuno forse lo ha spento, mi interrogo se mai sarò più in grado di riuscire a farli accendere.
Per quanto possiamo voler vedere acceso un nostro cerino dobbiamo imparare che non tutti quelli che ci sono vicini possono essere in grado di farlo, ed è “per questo che bisogna star lontani dalle persone che possiedono un fiato gelido. La loro presenza potrebbe da sola, spegnere il fuoco più intenso, con il risultato che ormai sappiamo. Maggior distanza prendiamo da queste persone, più facile sarà proteggerci dal loro soffio”.
Penso a tutti quelli che mi sono vicini, e mi interrogo sui loro fiati, mi chiedo se sono gelidi o meno, se sapranno accendere un cerino, e togliere via l’umidità da questa scatola che ho nel petto. Ogni giorno faccio tanti passi avanti e poi, poco dopo, ne faccio altrettanti indietro, vago incerta su una strada vuota, ed esser sole fa male, ci inumidisce sempre di più, ci ingrigisce ogni giorno di più… Porto una mano sulla mia scatola cercando di proteggerla, dal vento, dal freddo, dalla pioggia delle mie lacrime, devo frenare la mia voglia di vedere una luce che la scaldi perché “bisogna anche fare molta attenzione ad accendere i cerini uno per volta. Perché se per una forte emozione si accendessero tutti insieme, produrrebbero un bagliore così intenso da mostrare più di quanto riusciamo a vedere normalmente; e allora davanti ai nostri occhi un tunnel splendente ci indicherebbe la strada che abbiamo dimenticato al momento della nascita e ci inviterebbe a ritrovare la nostra perduta origine divina. Quando abbandona il corpo inerte, l’anima desidera far ritorno al luogo da cui è venuta”… (Dolce come il cioccolato –Laura Esquivel)
Cammino a piccoli passi ogni giorno di più, e le mie mani cercano di riparare la mia scatola di cerini, aspettando…
Dolcemente Elle!
Pensato da Elle at 17:00 | Commenti disabilitati
Mi rendo sempre piu’ conto di aver preso delle cattive abitudini: per me e’ davvero inconcepibile che l’editor ci metta 10 minuti per aprirsi, per me e’ impensabile avere qui nella casa natale una connessione a criceti infartuati, e cosi’ lotto, prego e mi inginocchio davanti al mio vecchio portatile, lento come una lumaca obesa! queste non sono capacita’ leggermente ridotte?

Cielo basso e grigio, l’albero fuori dalla finestra si e’ vestito di giallo e di rosso, le sue piccole foglie piano piano si stanno stringendo in un abbraccio, ed io seduta sul bordo della finestra fisso quei rami simili a stecchi, lunghi, fini, spogli…
Forse pensa che i litri di acqua potabile che sono nelle bottiglie di fianco al mobile in cucina, ci arrivino da sole dal supermercato…
La rete si sa e’ varia ed e’ forse questa la sua bellezza… accoglie tutti, qui le notizie passano, le puoi leggere, le puoi ignorare, le puoi copiare, tu sei comodamente seduto e vedi scorrere qui la vita di molte persone…
Alla fine mentre leggi quelle parole che scorrono sulla finestra azzurra della chat senti che la gola si allunga, tira e si stira, percepisci un movimento rotatorio che fa attorcigliare il tuo collo, che si stringe in un nodo soffocante…
Alla fine esci un po’, ti fai una passeggiata sotto ai portici, e senti anche il richiamo della vetrina… e ci sono tante cose belle che vorresti fossero tue…
Nel silenzio della domenica mattina, stretta in una giaccia di pelle nera, i capelli uniti in una coda, sono uscita, ho passeggiato svelta sotto ai portici, il sole faceva risplendere i colori rossi di Bologna, era caldo, e adoravo passeggiare, c’era silenzio, solo qualche famiglia a passeggio…


